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Cachessia

La cachessia è una sindrome metabolica complessa associata a una malattia di base cronica, caratterizzata da perdita involontaria di peso, riduzione del muscolo scheletrico, con o senza perdita di massa grassa, infiammazione sistemica, anoressia, alterazioni neuroendocrine, insulino-resistenza e aumento del catabolismo proteico. Il suo elemento distintivo non è il semplice dimagrimento, ma la presenza di un processo patologico attivo che sposta l’organismo verso consumo progressivo delle riserve corporee e perdita di funzione. Per questo la cachessia non coincide con la fame, non coincide con la sola malnutrizione e non coincide con la sola sarcopenia: è una condizione in cui la malattia di base modifica profondamente il metabolismo energetico, proteico, adiposo e immunitario.

La cachessia si osserva soprattutto nelle neoplasie avanzate, nello scompenso cardiaco, nella broncopneumopatia cronica ostruttiva, nella malattia renale cronica avanzata, nelle epatopatie croniche, nelle infezioni croniche, nelle malattie infiammatorie sistemiche e in alcune condizioni neurologiche evolutive. Nel cancro può interessare una quota elevata di pazienti nelle fasi avanzate, con frequenza particolarmente alta nei tumori del pancreas, dello stomaco, dell’esofago, del polmone, del colon-retto avanzato e del distretto testa-collo. Nello scompenso cardiaco e nella broncopneumopatia cronica ostruttiva rappresenta un fenotipo prognostico sfavorevole, perché segnala il passaggio da una malattia d’organo a una malattia sistemica capace di coinvolgere muscolo, tessuto adiposo, intestino, fegato, sistema immunitario e sistema nervoso centrale.

Dal punto di vista clinico la cachessia è importante perché peggiora qualità di vita, forza, autonomia, tolleranza ai trattamenti, risposta alla riabilitazione e sopravvivenza. Il paziente cachettico non perde soltanto peso: perde capacità di camminare, resistenza allo sforzo, massa contrattile, appetito, efficienza metabolica e possibilità di recupero dopo stress acuti. La terapia nutrizionale è necessaria, ma da sola non è sufficiente quando il catabolismo è sostenuto da infiammazione, tumore, insufficienza d’organo o alterazioni neuroendocrine persistenti. Il trattamento deve quindi essere multimodale e proporzionato allo stadio della malattia, combinando gestione della causa, supporto nutrizionale, controllo dei sintomi, esercizio adattato, interventi farmacologici selezionati e cure palliative quando appropriate.

Definizione, epidemiologia e significato metabolico

La cachessia è stata definita dal consenso internazionale come una sindrome metabolica complessa associata a malattia sottostante e caratterizzata da perdita di muscolo, con o senza perdita di grasso. Nel paziente adulto il segno clinico più evidente è la perdita involontaria di peso corretta per ritenzione idrica, ma il nucleo biologico della sindrome è la perdita di tessuto metabolicamente attivo, soprattutto muscolo scheletrico. La definizione oncologica più utilizzata descrive la cachessia neoplastica come una sindrome multifattoriale caratterizzata da perdita progressiva di muscolo scheletrico, con o senza perdita di massa grassa, non completamente reversibile con il solo supporto nutrizionale convenzionale e responsabile di compromissione funzionale progressiva.

Questa impostazione è fondamentale perché separa la cachessia dal dimagrimento volontario, dalla malnutrizione pura e dall’inedia. Nella fame non complicata, l’organismo tende a ridurre il dispendio energetico e a preservare il muscolo utilizzando preferenzialmente i depositi adiposi. Nella cachessia, invece, l’infiammazione, la malattia di base e le alterazioni endocrine impediscono un adattamento conservativo efficace: il muscolo viene degradato, il tessuto adiposo è mobilizzato in modo accelerato, l’appetito è ridotto e il fegato può aumentare la sintesi di proteine di fase acuta consumando aminoacidi. Il risultato è un bilancio energetico e proteico negativo sostenuto da una combinazione variabile di ridotto introito e metabolismo anomalo.

L’epidemiologia varia in modo ampio perché dipende dalla patologia causale, dallo stadio di malattia, dai criteri diagnostici e dal metodo con cui vengono valutati peso, composizione corporea e infiammazione. In oncologia la cachessia è più frequente nei tumori gastrointestinali superiori e pancreatici, nei tumori polmonari e nelle neoplasie avanzate con elevato carico infiammatorio. Nei tumori meno catabolici o diagnosticati precocemente può essere assente o comparire tardivamente. Nello scompenso cardiaco cronico la cachessia identifica un sottogruppo di pazienti con attivazione neuro-ormonale, infiammazione, congestione, malassorbimento, ipoperfusione periferica e prognosi peggiore. Nella broncopneumopatia cronica ostruttiva il fenotipo cachettico è legato a iperinflazione, aumento del lavoro respiratorio, ipossia, infiammazione, ridotta attività fisica e alterazioni della massa magra. Nella malattia renale cronica il concetto più vicino è il protein-energy wasting, cioè deplezione proteico-energetica, che include alterazioni nutrizionali, infiammatorie, metaboliche e endocrine.

La cachessia può comparire anche in pazienti apparentemente non molto magri. Questo accade perché l’edema, l’ascite, la ritenzione idrica, l’obesità preesistente o una grande massa adiposa possono mascherare la perdita muscolare. Il paziente con cancro, scompenso cardiaco o cirrosi può avere peso stabile solo perché trattiene liquidi, mentre la massa contrattile si riduce. Questo rende pericoloso basarsi esclusivamente sul peso corporeo. La valutazione deve considerare andamento ponderale, introito alimentare, forza, funzione, composizione corporea, segni infiammatori, sintomi gastrointestinali e gravità della malattia di base.

Dal punto di vista del metabolismo proteico la cachessia rappresenta una condizione in cui il muscolo scheletrico diventa fonte di aminoacidi per processi sistemici imposti dalla malattia. Gli aminoacidi rilasciati dal muscolo possono essere utilizzati per gluconeogenesi, risposta immunitaria, riparazione tissutale, sintesi epatica di proteine di fase acuta e metabolismo tumorale. La perdita proteica non è quindi un evento passivo, ma una risposta biologica disordinata e protratta. Quando diventa cronica, questa risposta riduce forza, autonomia, tolleranza ai trattamenti, funzione respiratoria, capacità di cicatrizzazione e difese immunitarie. La cachessia deve quindi essere interpretata come una sindrome di fallimento dell’omeostasi metabolica, non come una semplice riduzione dell’assunzione calorica.

Il significato prognostico deriva dalla combinazione di perdita di tessuto attivo e attività della malattia di base. Nei pazienti oncologici la cachessia si associa a maggiore tossicità di chemioterapia, riduzione dell’intensità di dose, interruzioni terapeutiche, più complicanze chirurgiche, fatigue, minore qualità di vita e ridotta sopravvivenza. Nei pazienti cardiologici e respiratori indica una fase più sistemica della malattia cronica. Nei pazienti nefropatici e cirrotici si associa a maggiore fragilità, infezioni, ricoveri e mortalità. La cachessia è quindi una diagnosi clinica ad alto valore prognostico e non un semplice descrittore corporeo.

Eziologia e fattori di rischio

La cachessia nasce sempre in relazione a una malattia sottostante capace di indurre alterazioni metaboliche persistenti. L’eziologia più studiata è quella neoplastica, ma la sindrome non appartiene solo all’oncologia. Tumori, scompenso cardiaco, broncopneumopatia cronica ostruttiva, insufficienza renale cronica, cirrosi, infezioni croniche e malattie infiammatorie possono generare cachessia quando il loro effetto sistemico supera la capacità dell’organismo di mantenere bilancio energetico, massa muscolare e funzione. In molte persone fragili più fattori agiscono contemporaneamente: un paziente oncologico può essere anche anziano, diabetico, depresso, disfagico e poco mobile; un paziente con scompenso cardiaco può avere insufficienza renale, infiammazione, congestione intestinale e ridotto appetito.

Nella cachessia neoplastica il tumore agisce attraverso consumo energetico, infiammazione, produzione di mediatori catabolici, alterazioni dell’appetito, effetti meccanici sull’apparato digerente e tossicità delle terapie. Alcune neoplasie sono particolarmente cachettizzanti perché producono elevato carico infiammatorio o interferiscono direttamente con alimentazione, digestione e assorbimento. I tumori pancreatici e gastrici possono causare anoressia precoce, ostruzione, insufficienza pancreatica, dolore, nausea e malassorbimento. I tumori del distretto testa-collo ed esofageo possono determinare disfagia e riduzione dell’introito. I tumori polmonari avanzati sono spesso associati a infiammazione sistemica, dispnea e perdita di attività fisica. La progressione metastatica aumenta il rischio perché amplifica infiammazione, sintomi, dolore, fatigue e carico terapeutico.

Nello scompenso cardiaco la cachessia deriva da una rete di fattori emodinamici, neuro-ormonali, infiammatori e nutrizionali. La ridotta perfusione periferica limita l’apporto di ossigeno e nutrienti al muscolo; la congestione venosa può compromettere funzione intestinale, assorbimento e appetito; l’attivazione simpatica e del sistema renina-angiotensina-aldosterone aumenta il tono catabolico; citochine e stress ossidativo alterano il muscolo scheletrico; dispnea e fatigue riducono l’attività fisica. La cachessia cardiaca non è solo dimagrimento da scarso introito: è espressione di un cuore insufficiente che induce rimodellamento metabolico dell’intero organismo.

Nella broncopneumopatia cronica ostruttiva la cachessia è favorita da aumento del lavoro respiratorio, ipossiemia, infiammazione sistemica, riacutizzazioni, terapia corticosteroidea intermittente o cronica, sedentarietà e ridotta efficienza muscolare. Il paziente spende più energia per respirare e, nello stesso tempo, mangia meno per dispnea, sazietà precoce, ansia o depressione. Le riacutizzazioni accelerano la perdita muscolare perché associano infiammazione, immobilità, ipossia e ridotto apporto alimentare. La perdita dei muscoli periferici peggiora la capacità di esercizio, mentre la compromissione dei muscoli respiratori può aggravare la ventilazione, creando un circolo vizioso tra dispnea e decondizionamento.

Nella malattia renale cronica avanzata la perdita proteico-energetica ha cause multiple: uremia, acidosi metabolica, infiammazione, alterazioni dell’appetito, restrizioni dietetiche, resistenza insulinica, alterazioni dell’asse ormone della crescita-insulin-like growth factor 1, cioè fattore di crescita insulino-simile 1, iperparatiroidismo, perdita di aminoacidi durante dialisi e comorbilità cardiovascolari. Il termine protein-energy wasting viene spesso preferito perché descrive meglio la combinazione di ridotte riserve proteiche ed energetiche nei pazienti nefropatici. La cachessia renale può essere considerata una forma severa di questo spettro, soprattutto quando perdita di peso, infiammazione e perdita muscolare diventano progressive e clinicamente dominanti.

Nella cirrosi e nelle epatopatie croniche la cachessia si intreccia con malnutrizione, sarcopenia e fragilità. La ridotta capacità epatica di immagazzinare glicogeno induce una condizione simile al digiuno accelerato già dopo poche ore senza alimentazione. L’iperammoniemia favorisce alterazioni del metabolismo muscolare perché il muscolo diventa sede importante di detossificazione dell’ammoniaca attraverso sintesi di glutammina, consumando energia e modificando il metabolismo degli aminoacidi. Ascite, nausea, sazietà precoce, restrizioni di sodio, alterazioni del gusto, malassorbimento, infiammazione e abuso alcolico possono ridurre l’introito. Anche in questo caso il peso può essere ingannevole perché ascite ed edema nascondono la perdita di massa magra.

I fattori di rischio trasversali comprendono età avanzata, ridotta riserva muscolare preesistente, sarcopenia, malnutrizione, basso apporto proteico, immobilità, dolore cronico, depressione, disfagia, nausea, vomito, diarrea, malassorbimento, politerapia, povertà alimentare, isolamento sociale, alcol, fumo e frequenti ricoveri. Le terapie possono contribuire: chemioterapia, radioterapia, chirurgia maggiore, glucocorticoidi, oppioidi, farmaci sedativi, restrizioni dietetiche non bilanciate e trattamenti che inducono nausea o mucosite possono precipitare o aggravare il quadro. La cachessia è quindi il risultato finale di una pressione catabolica cronica esercitata su un organismo con riserve progressivamente insufficienti.

Patogenesi e fisiopatologia

La patogenesi della cachessia è dominata da uno squilibrio tra ridotto introito e aumentato catabolismo, ma questa formula è solo il punto di partenza. Il problema centrale è che la malattia di base modifica la regolazione coordinata di muscolo, tessuto adiposo, fegato, intestino, cervello e sistema immunitario. Il paziente mangia meno per anoressia, nausea, dolore, ostruzione, disfagia o depressione; allo stesso tempo consuma e degrada di più perché infiammazione, ormoni dello stress, mediatori tumorali e insufficienza d’organo attivano proteolisi, lipolisi, resistenza anabolica e alterazioni del dispendio energetico. La terapia nutrizionale è indispensabile, ma non corregge da sola la spinta catabolica se la malattia rimane attiva.

Il sistema immunitario svolge un ruolo centrale. Citochine come interleuchina 6, tumor necrosis factor alfa, cioè fattore di necrosi tumorale alfa, interleuchina 1 beta e interferone gamma contribuiscono ad anoressia, risposta di fase acuta, febbre, lipolisi, proteolisi e riduzione dell’anabolismo muscolare. L’interleuchina 6 stimola il fegato a produrre proteina C reattiva, fibrinogeno e altre proteine di fase acuta, consumando aminoacidi e aumentando il costo energetico dell’infiammazione. Il tumor necrosis factor alfa altera il segnale insulinico, favorisce lipolisi e può attivare vie proteolitiche muscolari. L’infiammazione cronica non agisce come un semplice marcatore, ma come una forza metabolica capace di spostare nutrienti e substrati verso la risposta alla malattia.

Nel muscolo scheletrico la cachessia attiva vie di degradazione proteica e riduce la sintesi proteica. Il sistema ubiquitina-proteasoma degrada componenti miofibrillari marcate per distruzione; la via autofagia-lisosoma partecipa al rimodellamento di organelli e proteine danneggiate; calpaine e caspasi possono facilitare la frammentazione delle strutture contrattili. Fattori trascrizionali come forkhead box O, cioè FOXO, nuclear factor kappa-light-chain-enhancer of activated B cells, cioè fattore nucleare kappa B, e signal transducer and activator of transcription 3, cioè trasduttore del segnale e attivatore della trascrizione 3, integrano segnali provenienti da infiammazione, stress ossidativo, riduzione del segnale insulinico e mediatori tumorali. L’effetto finale è perdita di proteine contrattili, riduzione della sezione delle fibre, debolezza e minore capacità di risposta all’esercizio.

La via activina-miostatina è un altro snodo rilevante. La miostatina e alcune activine, appartenenti alla famiglia transforming growth factor beta, cioè fattore di crescita trasformante beta, inibiscono crescita e rigenerazione muscolare attraverso recettori activin receptor type II, cioè recettori dell’activina di tipo II, e segnalazione Smad. L’aumento di questi segnali riduce la sintesi proteica, ostacola la funzione delle cellule satelliti e favorisce atrofia. Questa via ha attirato interesse terapeutico perché il blocco sperimentale di miostatina o activina può aumentare massa muscolare in modelli preclinici; tuttavia il passaggio da incremento di massa a beneficio funzionale e sopravvivenza nel paziente cachettico rimane complesso.

Il tessuto adiposo non è un deposito passivo. Nella cachessia aumenta la lipolisi, con liberazione di acidi grassi e glicerolo; può aumentare il browning del tessuto adiposo bianco, cioè l’acquisizione di caratteristiche termogeniche simili al grasso bruno; possono essere alterati adiponectina, leptina, catecolamine e segnali infiammatori. La perdita di grasso può precedere o accompagnare la perdita muscolare, ma non sempre è proporzionale. In alcuni tumori e malattie croniche, l’aumento della spesa energetica e la dissipazione di energia sotto forma di calore contribuiscono al bilancio negativo. La lipolisi produce substrati energetici, ma in un contesto infiammatorio e insulin resistente può anche alimentare lipotossicità, disfunzione mitocondriale e ulteriore infiammazione.

Il fegato partecipa alla fisiopatologia attraverso la risposta di fase acuta e la gluconeogenesi. In presenza di infiammazione, il fegato aumenta la produzione di proteine infiammatorie e modifica la sintesi di albumina, transferrina e altre proteine viscerali. Questo non significa semplicemente che il fegato “non produce proteine”, ma che cambia priorità metabolica. Gli aminoacidi provenienti dal muscolo vengono dirottati verso proteine di fase acuta e produzione di glucosio. In alcune condizioni, come cancro avanzato, infezione cronica o insufficienza d’organo, questo rimodellamento diventa persistente e costoso, contribuendo alla perdita progressiva di massa magra.

Il sistema nervoso centrale regola appetito, sazietà e risposta neuroendocrina. Nella cachessia i segnali infiammatori e tumorali possono alterare ipotalamo, melanocortine, neuropeptide Y, agouti-related peptide, pro-opiomelanocortina e altre reti che controllano fame e dispendio energetico. Il paziente può avere anoressia anche quando il corpo avrebbe bisogno di nutrienti; può sviluppare sazietà precoce, avversioni alimentari, alterazioni del gusto e perdita del piacere del cibo. La leptina può non ridursi in modo appropriato rispetto alla perdita di grasso, mentre la grelina può aumentare come tentativo compensatorio ma non riuscire a ripristinare l’appetito. Questa disconnessione tra bisogno metabolico e comportamento alimentare è una caratteristica tipica della cachessia.

Il metabolismo glucidico e insulinico è profondamente alterato. L’insulino-resistenza riduce la capacità dell’insulina di inibire proteolisi e lipolisi, peggiora l’utilizzo del glucosio nel muscolo e favorisce gluconeogenesi epatica. Nei pazienti oncologici il tumore può consumare grandi quantità di glucosio e produrre lattato, che il fegato riconverte in glucosio attraverso il ciclo di Cori con costo energetico. In altre malattie croniche, catecolamine, cortisolo, infiammazione e inattività peggiorano il segnale insulinico. La conseguenza è un organismo che perde muscolo e grasso pur in presenza di substrati circolanti, perché i segnali metabolici sono orientati verso catabolismo e redistribuzione dei nutrienti.

La disfunzione mitocondriale completa il quadro. Nel muscolo cachettico si osservano alterazioni della fosforilazione ossidativa, aumento dello stress ossidativo, ridotta biogenesi mitocondriale, difetti di mitofagia e maggiore suscettibilità alla fatica. Il muscolo produce meno energia utile per la contrazione e più segnali di stress. Ciò contribuisce alla fatigue, alla ridotta tolleranza allo sforzo e alla scarsa risposta agli stimoli anabolici. La perdita muscolare non è quindi solo perdita di quantità, ma anche perdita di qualità metabolica del tessuto.

La cachessia diventa clinicamente evidente quando questi meccanismi convergono in un circuito autoamplificante. La malattia induce infiammazione e anoressia; il paziente riduce l’introito e si muove meno; il muscolo perde massa e funzione; la ridotta funzione aumenta sedentarietà e fatigue; la sedentarietà peggiora resistenza anabolica e insulino-resistenza; la perdita di autonomia riduce alimentazione e attività sociale; la malattia continua a mantenere la spinta catabolica. Interrompere questo circuito richiede interventi multipli, non una singola prescrizione dietetica.

Manifestazioni cliniche

La cachessia si presenta con perdita di peso involontaria, ma la storia clinica deve andare oltre il numero sulla bilancia. Il paziente riferisce spesso riduzione dell’appetito, sazietà precoce, nausea, disgusto per alcuni cibi, alterazioni del gusto e dell’olfatto, fatigue, debolezza, riduzione della capacità di camminare, minore autonomia nelle attività quotidiane, perdita di interesse per il pasto e difficoltà a mantenere la stessa quantità di alimenti. Nei tumori del tratto digerente possono comparire disfagia, dolore postprandiale, vomito, diarrea, steatorrea o ostruzione. Nei pazienti respiratori la dispnea può impedire di mangiare e muoversi. Nei pazienti cardiologici la congestione può generare sazietà precoce, nausea e gonfiore addominale. Nei pazienti cirrotici ascite e ipertensione portale possono mascherare il dimagrimento e peggiorare l’introito.

Durante l’anamnesi è essenziale ricostruire il peso abituale, il peso attuale, la velocità della perdita ponderale e il contesto in cui è avvenuta. Una perdita del 5% in pochi mesi ha significato diverso da una perdita lenta in anni; una perdita in un paziente con edema può essere sottostimata; una perdita in un paziente obeso può essere erroneamente percepita come favorevole. Devono essere chiesti introito alimentare reale, numero dei pasti, quantità proteica, sintomi gastrointestinali, dolore, depressione, ansia, farmaci, consumo di alcol, supporto familiare, capacità di cucinare, difficoltà economiche e preferenze alimentari. La cachessia non può essere compresa senza valutare insieme biologia della malattia e comportamento alimentare.

La fatigue è una manifestazione centrale. Non si tratta di stanchezza generica, ma di ridotta capacità di sostenere attività fisiche e mentali, spesso non proporzionata allo sforzo e non completamente alleviata dal riposo. La fatigue cachettica deriva da infiammazione, anemia, perdita muscolare, disfunzione mitocondriale, disturbi del sonno, dolore, farmaci e carico psicologico. Il paziente può descrivere impossibilità a completare attività prima abituali, necessità di pause frequenti, riduzione del cammino e perdita di iniziativa. Questo sintomo peggiora l’immobilità e accelera ulteriore perdita di funzione.

All’esame obiettivo la valutazione inizia dall’aspetto generale, ma non deve fermarsi a esso. Possono essere presenti assottigliamento del volto, prominenza delle clavicole, riduzione dei muscoli temporali, deltoidei, interossei, quadricipiti e polpacci, perdita del tessuto adiposo sottocutaneo, cute sottile, ridotta forza di presa, difficoltà ad alzarsi dalla sedia, cammino lento e instabilità. Nei pazienti con edema, ascite o obesità, i segni esterni possono essere molto meno evidenti. È importante valutare se la perdita riguarda prevalentemente grasso, muscolo o entrambi, anche se nella pratica clinica le componenti si sovrappongono.

La funzione fisica deve essere osservata direttamente. Il paziente cachettico può impiegare più tempo ad alzarsi, camminare con passo corto, evitare rotazioni rapide, usare appoggi, presentare riduzione della velocità del cammino e perdere autonomia nei trasferimenti. La debolezza può essere prossimale, globale o più evidente negli arti inferiori. Nei pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva la limitazione è spesso mista, muscolare e ventilatoria. Nei pazienti con scompenso cardiaco la dispnea e l’affaticamento si sommano alla debolezza. Nei pazienti oncologici possono coesistere neuropatia da chemioterapia, dolore osseo, anemia e tossicità farmacologica. La cachessia deve quindi essere letta nel contesto dell’intero quadro clinico.

La valutazione dei sintomi deve includere dolore, nausea, vomito, stipsi, diarrea, mucosite, xerostomia, disfagia, reflusso, dispnea, depressione, ansia, insonnia e delirium. Questi sintomi non sono accessori, perché riducono introito, movimento e aderenza ai trattamenti. Un paziente con nausea non corretta non aumenterà le calorie; un paziente con dolore non controllato non camminerà; un paziente con disfagia non assumerà proteine solide; un paziente depresso può perdere appetito e motivazione. La gestione della cachessia inizia quindi dall’ascolto clinico ordinato dei sintomi che mantengono il bilancio negativo.

La cachessia ha anche una dimensione psicologica e familiare. La perdita di peso è spesso vissuta come segno visibile di peggioramento della malattia, genera paura nei familiari e può trasformare il pasto in un momento di conflitto. Il caregiver insiste perché il paziente mangi; il paziente prova nausea, sazietà o rifiuto; il fallimento del pasto aumenta ansia e senso di colpa. Questo aspetto è particolarmente rilevante nelle fasi avanzate di malattia, dove l’obiettivo deve essere realistico e proporzionato. Spiegare che la cachessia non è semplice mancanza di volontà aiuta a ridurre colpa, pressione familiare e interventi alimentari inefficaci o dannosi.

Accertamenti e diagnosi

Il sospetto di cachessia nasce davanti a perdita di peso involontaria, riduzione dell’appetito, debolezza, perdita di muscolo, malattia cronica attiva e declino funzionale. Il primo passaggio è confermare che il calo ponderale sia reale, involontario e clinicamente significativo. Vanno ricostruiti peso abituale, peso attuale, tempi della perdita, presenza di ritenzione idrica, ascite o edema, modifiche dell’alimentazione e progressione della malattia di base. Nei pazienti oncologici la diagnosi richiede attenzione alla perdita di massa muscolare anche quando l’indice di massa corporea non è basso. Nei pazienti con scompenso cardiaco, cirrosi o insufficienza renale, il peso deve essere interpretato correggendo mentalmente la componente liquida.

La valutazione clinica deve integrare antropometria, composizione corporea, esami di laboratorio, indici nutrizionali, funzione fisica e gravità della malattia causale. Peso e indice di massa corporea sono utili ma insufficienti. La circonferenza del braccio, la circonferenza del polpaccio e la plica cutanea possono aggiungere informazioni, ma sono influenzate da edema e tecnica di misurazione. La forza di presa e la velocità del cammino documentano l’impatto funzionale. La bioelectrical impedance analysis, cioè analisi dell’impedenza bioelettrica, può stimare massa magra e acqua corporea, ma risente dell’idratazione. La dual-energy X-ray absorptiometry, cioè assorbimetria a raggi X a doppia energia, può quantificare massa magra e massa grassa. La tomografia computerizzata, spesso già disponibile nei pazienti oncologici, permette di valutare sezione muscolare e infiltrazione adiposa, ad esempio a livello della terza vertebra lombare.

Gli esami di laboratorio non bastano a porre diagnosi, ma aiutano a definire attività infiammatoria, complicanze e fattori correggibili. Emocromo, albumina, proteina C reattiva, elettroliti, creatinina, filtrato glomerulare stimato, transaminasi, bilirubina, fosfatasi alcalina, gamma-glutamiltransferasi, glicemia, emoglobina glicata, profilo lipidico, tireotropina, ferro, ferritina, transferrina, vitamina B12, folati, vitamina D, calcio, fosforo e magnesio possono orientare la valutazione. L’albumina non deve essere interpretata come semplice indicatore di introito proteico, perché diminuisce anche per infiammazione, epatopatia, perdita renale, diluizione e malattia sistemica. La proteina C reattiva aiuta a riconoscere la componente infiammatoria, ma valori normali non escludono cachessia.

Secondo il consenso internazionale di Evans, la cachessia negli adulti con malattia cronica può essere identificata dalla presenza di perdita di peso, corretta per ritenzione idrica, associata ad almeno tre alterazioni tra riduzione della forza, fatigue, anoressia, basso indice di massa magra e alterazioni biochimiche compatibili con infiammazione, anemia o ipoalbuminemia. Questo schema ha valore concettuale perché riconosce che la cachessia non è solo peso, ma combinazione di deplezione corporea, sintomi, infiammazione e compromissione funzionale.

    Criteri diagnostici della cachessia secondo consenso internazionale di Evans

  • Perdita di peso involontaria di almeno il 5% in 12 mesi o meno, corretta per eventuale ritenzione idrica, in presenza di una malattia cronica sottostante.
  • Associazione con almeno tre elementi tra riduzione della forza muscolare, fatigue, anoressia, basso indice di massa magra, alterazioni biochimiche infiammatorie, anemia o riduzione dell’albumina sierica.
  • Esclusione di condizioni alternative capaci di spiegare da sole il quadro, come fame non complicata, disidratazione, perdita volontaria di peso o disturbi endocrini non riconosciuti.

Nella cachessia neoplastica il consenso di Fearon ha proposto criteri specifici basati su perdita di peso, indice di massa corporea e sarcopenia. La diagnosi può essere posta in presenza di perdita di peso superiore al 5% nei 6 mesi precedenti, oppure perdita di peso superiore al 2% in un paziente con indice di massa corporea inferiore a 20 kg/m², oppure perdita di peso superiore al 2% in presenza di sarcopenia. Questo modello è particolarmente utile perché riconosce che anche una perdita ponderale apparentemente modesta può essere grave se il paziente parte già da basso peso o da ridotta massa muscolare.

    Criteri diagnostici della cachessia neoplastica secondo consenso internazionale di Fearon

  • Perdita di peso superiore al 5% nei 6 mesi precedenti, in assenza di semplice digiuno.
  • Perdita di peso superiore al 2% in presenza di indice di massa corporea inferiore a 20 kg/m².
  • Perdita di peso superiore al 2% in presenza di sarcopenia documentata.

La diagnosi deve poi definire lo stadio. Nel modello oncologico si distinguono precachessia, cachessia e cachessia refrattaria. La precachessia è una fase iniziale con perdita di peso limitata, anoressia e alterazioni metaboliche; la cachessia è la fase in cui i criteri diagnostici sono soddisfatti; la cachessia refrattaria compare quando la malattia è avanzata, rapidamente progressiva o non responsiva alle terapie antineoplastiche, con basso performance status e aspettativa di vita limitata. Questa distinzione non è solo descrittiva: cambia gli obiettivi terapeutici. Nella precachessia si può puntare a prevenire la progressione; nella cachessia si mira a stabilizzare peso, funzione e sintomi; nella forma refrattaria la priorità diventa comfort, riduzione della sofferenza e proporzionalità degli interventi.

La diagnosi differenziale è obbligatoria. La malnutrizione può derivare da insufficiente introito o assorbimento senza forte spinta infiammatoria catabolica; la sarcopenia riguarda primariamente il muscolo e può essere legata a età e disuso; l’anoressia nervosa ha meccanismi psicopatologici differenti; l’ipertiroidismo, l’insufficienza surrenalica, il diabete scompensato, la malattia celiaca, le infezioni croniche, la tubercolosi, l’insufficienza pancreatica, la depressione, la demenza e l’abuso di sostanze possono causare perdita di peso e devono essere riconosciuti. Nei pazienti con cancro o insufficienza d’organo non bisogna attribuire automaticamente ogni dimagrimento alla cachessia, perché alcune cause sono correggibili e richiedono trattamenti specifici.

La valutazione diagnostica deve concludersi con una sintesi operativa: causa principale, gravità della perdita ponderale, presenza di infiammazione, compromissione muscolare, sintomi limitanti l’alimentazione, performance fisica, prognosi della malattia di base e obiettivi di cura. Una diagnosi corretta di cachessia non si limita a scrivere un nome, ma indica quali leve terapeutiche sono ancora modificabili.

Classificazione clinica e fenotipi

La cachessia può essere classificata in base alla malattia causale, allo stadio, alla reversibilità, al profilo corporeo e al meccanismo dominante. La classificazione per causa distingue cachessia neoplastica, cardiaca, respiratoria, renale, epatica, infettiva e infiammatoria. Questa distinzione è clinicamente utile perché i fattori modificabili sono diversi: nel cancro conta il controllo della neoplasia e dei sintomi gastrointestinali; nello scompenso cardiaco contano congestione, perfusione e neuro-ormoni; nella broncopneumopatia cronica ostruttiva contano ventilazione, riacutizzazioni, lavoro respiratorio e riabilitazione; nella malattia renale contano uremia, acidosi, dialisi e stato infiammatorio; nella cirrosi contano iperammoniemia, digiuno accelerato, ascite e funzione epatica.

La classificazione oncologica in precachessia, cachessia e cachessia refrattaria è il modello più consolidato. La precachessia è una finestra di intervento precoce: il paziente può avere anoressia, alterazioni metaboliche e perdita di peso inferiore al 5%, ma il processo è già avviato. In questa fase è importante non aspettare un dimagrimento marcato, perché la prevenzione della perdita muscolare è più efficace del recupero tardivo. La cachessia conclamata soddisfa i criteri diagnostici e richiede trattamento multimodale. La cachessia refrattaria indica una fase in cui il catabolismo è sostenuto da malattia non controllabile e gli obiettivi devono essere realistici, evitando interventi invasivi non proporzionati.

Dal punto di vista corporeo si possono riconoscere fenotipi diversi. Il fenotipo classico è magro, con perdita evidente di grasso e muscolo. Il fenotipo sarcopenico presenta perdita muscolare predominante, talvolta con grasso relativamente conservato. Il fenotipo edematoso o ascitico ha perdita di tessuto magro mascherata da ritenzione idrica. Il fenotipo obeso-cachettico combina adiposità elevata con perdita muscolare e infiammazione. Quest’ultimo è particolarmente insidioso perché il peso non segnala la gravità: il paziente può apparire sovrappeso, ma avere ridotta massa contrattile, scarsa forza, fatigue e prognosi sfavorevole. La composizione corporea è quindi spesso più informativa del peso assoluto.

Un’altra classificazione utile distingue fenotipi a prevalente ridotto introito, prevalente ipercatabolismo o forma mista. Nel primo caso dominano disfagia, ostruzione, nausea, dolore, depressione, mucosite, alterazioni del gusto o problemi sociali. Nel secondo dominano infiammazione, perdita muscolare rapida, aumento della proteina C reattiva, progressione della malattia e ridotta risposta al supporto calorico. Nella forma mista, che è la più comune, ridotto introito e catabolismo si rinforzano reciprocamente. Questa distinzione orienta la terapia: quando domina il ridotto introito bisogna correggere sintomi e accesso al cibo; quando domina l’infiammazione bisogna trattare la malattia di base e modulare il catabolismo; quando coesistono entrambi è necessario un piano integrato.

La cachessia deve essere distinta dalla fragilità, anche se spesso si sovrappongono. La fragilità è una sindrome di ridotta riserva fisiologica e vulnerabilità agli stress, che comprende debolezza, lentezza, ridotta attività, esauribilità e perdita di peso. La cachessia è invece sostenuta da una malattia catabolica sottostante. Un paziente fragile può non essere cachettico; un paziente cachettico può diventare fragile per perdita di muscolo, infiammazione e ridotta autonomia. Nei pazienti anziani complessi la distinzione aiuta a evitare semplificazioni: non tutto ciò che è perdita di peso è cachessia, e non tutta la fragilità deriva da perdita muscolare.

La classificazione deve infine considerare la traiettoria prognostica. Una cachessia in paziente con malattia oncologica potenzialmente controllabile può essere trattata con obiettivi di stabilizzazione e recupero parziale. Una cachessia in insufficienza d’organo avanzata può richiedere integrazione tra terapia specialistica, nutrizione, riabilitazione e cure palliative precoci. Una cachessia refrattaria in fase terminale richiede protezione dal sovratrattamento, controllo dei sintomi e comunicazione chiara con famiglia e paziente. La stessa parola, quindi, può indicare situazioni cliniche molto diverse; la classificazione serve a scegliere interventi proporzionati.

Trattamento e prognosi

Il trattamento della cachessia deve partire da un principio: il solo aumento delle calorie raramente è sufficiente quando la spinta catabolica è attiva. La strategia corretta è multimodale e comprende trattamento della malattia causale, gestione dei sintomi che riducono l’introito, supporto nutrizionale, esercizio o riabilitazione adattata, controllo dell’infiammazione quando possibile, farmaci selezionati per appetito o sintomi e integrazione precoce delle cure palliative nei quadri avanzati. Gli obiettivi devono essere espliciti: prevenire ulteriore perdita, stabilizzare peso e funzione, migliorare forza e qualità di vita, aumentare tolleranza ai trattamenti, ridurre sofferenza e mantenere autonomia.

Il primo intervento è cercare cause reversibili o aggravanti. Dolore, nausea, vomito, stipsi, diarrea, mucosite, disfagia, xerostomia, reflusso, depressione, ansia, dispnea, insonnia e farmaci anoressizzanti devono essere trattati in modo attivo. Nei tumori gastrointestinali vanno considerate ostruzione, insufficienza pancreatica, gastroparesi, malassorbimento e colestasi. Nei pazienti cardiologici va ottimizzata la congestione senza indurre eccessiva disidratazione o ipotensione. Nei pazienti respiratori vanno ridotte riacutizzazioni, ipossia, dispnea e inattività. Nei nefropatici vanno corretti acidosi, uremia, infiammazione, inadeguatezza dialitica e restrizioni dietetiche eccessive. Nei cirrotici vanno gestiti ascite, encefalopatia, iperammoniemia, nausea, digiuno notturno prolungato e carenze nutrizionali.

Il counseling nutrizionale è raccomandato nelle linee guida oncologiche e nutrizionali, ma deve essere realistico e personalizzato. Il paziente cachettico spesso non tollera pasti abbondanti; sono preferibili pasti piccoli, frequenti, ad alta densità energetica e proteica, adattati a sintomi, gusti e capacità di masticazione o deglutizione. L’obiettivo proteico deve essere adeguato al contesto clinico, spesso superiore a quello di un adulto sano, salvo controindicazioni specifiche. L’apporto energetico deve coprire il fabbisogno senza imporre quantità ingestibili. Quando la dieta non basta, possono essere usati supplementi nutrizionali orali; se il tratto gastrointestinale funziona ma l’introito è insufficiente e gli obiettivi sono appropriati, può essere considerata nutrizione enterale; la nutrizione parenterale va riservata a indicazioni selezionate, soprattutto quando il tratto gastrointestinale non è utilizzabile e la prognosi rende proporzionato l’intervento.

Gli acidi grassi omega-3, in particolare eicosapentaenoic acid, cioè acido eicosapentaenoico, sono stati studiati nella cachessia neoplastica per i possibili effetti su infiammazione, peso e massa magra. I risultati sono eterogenei e non consentono di considerarli una terapia risolutiva, ma possono essere considerati in programmi nutrizionali selezionati. Aminoacidi essenziali, leucina e beta-idrossi-beta-metilbutirrato sono stati valutati per sostenere sintesi proteica e ridurre degradazione, con risultati variabili e maggiore razionale quando coesistono apporto insufficiente, sarcopenia e possibilità di esercizio. La supplementazione deve essere parte di un piano complessivo, non sostituto della terapia della causa e della riabilitazione.

L’esercizio fisico è importante quando il paziente è in grado di svolgerlo. Il razionale è contrastare disuso, stimolare sintesi proteica, migliorare sensibilità insulinica, preservare funzione neuromuscolare e ridurre fatigue. Nei pazienti cachettici l’esercizio deve essere adattato, spesso supervisionato e modulato su performance, anemia, dolore, dispnea, metastasi ossee, rischio di frattura e prognosi. Può includere esercizi contro resistenza a bassa intensità, cammino, mobilizzazione, allenamento respiratorio, equilibrio e attività funzionali. Nei pazienti molto avanzati anche mantenere trasferimenti, postura, autonomia minima e prevenzione delle complicanze da immobilità è un obiettivo terapeutico reale. L’esercizio isolato non corregge la cachessia, ma senza stimolo meccanico il supporto nutrizionale difficilmente si traduce in recupero muscolare funzionale.

I farmaci orexigeni e anticatabolici devono essere usati con criteri chiari. I progestinici come megestrolo acetato possono aumentare appetito e peso in alcuni pazienti oncologici, ma il guadagno riguarda spesso più massa grassa o liquidi che muscolo e il trattamento può aumentare rischio tromboembolico, edema, iperglicemia e soppressione surrenalica. I corticosteroidi possono migliorare temporaneamente appetito, nausea, benessere e fatigue nelle fasi avanzate, ma l’effetto è di breve durata e l’uso prolungato peggiora miopatia, iperglicemia, infezioni, fragilità cutanea e ritenzione idrica. Per questo sono più appropriati quando l’obiettivo è sollievo sintomatico a breve termine, non recupero muscolare duraturo.

La grelina e i suoi agonisti, come anamorelina in alcuni contesti regolatori, sono stati studiati per aumentare appetito e massa magra nei pazienti con cachessia neoplastica, soprattutto nel carcinoma polmonare. Possono migliorare peso o massa magra in specifiche popolazioni, ma l’impatto su forza, funzione, sopravvivenza e disponibilità regolatoria varia. Altri approcci sperimentali includono inibizione di miostatina e activina, modulazione dell’interleuchina 6, farmaci antinfiammatori, beta-bloccanti selezionati in contesti specifici, modulazione del metabolismo adiposo, cannabinoidi, androgeni selettivi e combinazioni multimodali. Al momento nessun singolo farmaco rappresenta una soluzione universale della cachessia, perché la sindrome è biologicamente eterogenea e dipende dalla malattia sottostante.

Le linee guida dell’American Society of Clinical Oncology per la cachessia neoplastica sottolineano che il counseling nutrizionale può essere offerto e che, quando si decide di tentare un trattamento farmacologico per appetito o aumento di peso, possono essere considerati progestinici o corticosteroidi a breve termine in pazienti selezionati. Le linee guida European Society for Medical Oncology e European Society for Clinical Nutrition and Metabolism valorizzano screening precoce, valutazione multidimensionale, trattamento dei sintomi, nutrizione personalizzata, attività fisica quando possibile e integrazione delle cure palliative. La coerenza tra queste fonti è chiara: l’intervento deve essere precoce, proporzionato e multimodale.

La nutrizione artificiale richiede particolare prudenza nelle fasi avanzate. Nei pazienti in trattamento attivo, con tratto gastrointestinale non utilizzabile o introito insufficiente ma prognosi e obiettivi compatibili, nutrizione enterale o parenterale possono essere appropriate. Nelle ultime settimane di vita, invece, il metabolismo della cachessia refrattaria rende spesso improbabile un beneficio funzionale da interventi invasivi, mentre aumentano rischi di sovraccarico, infezioni, edema, discomfort e medicalizzazione del fine vita. In questa fase l’obiettivo diventa controllo di sete, secchezza orale, nausea, dolore, dispnea e angoscia familiare, evitando di trasformare il cibo in un conflitto terapeutico.

La prognosi dipende dalla causa, dallo stadio, dalla reversibilità della malattia di base, dalla rapidità della perdita ponderale, dall’infiammazione, dalla funzione fisica e dalla risposta agli interventi. La precachessia può essere rallentata o parzialmente invertita se riconosciuta presto e se la malattia è controllabile. La cachessia conclamata può stabilizzarsi, ma il recupero completo è meno frequente. La cachessia refrattaria ha prognosi sfavorevole e richiede obiettivi centrati su qualità di vita. Indicatori negativi sono perdita di peso rapida, proteina C reattiva elevata, basso performance status, anoressia severa, ridotta massa muscolare, progressione di malattia, edema o ascite, infezioni ricorrenti e incapacità a mantenere attività fisica minima.

Complicanze

La complicanza principale della cachessia è la perdita progressiva di funzione. Il muscolo scheletrico è necessario per camminare, respirare efficacemente, mantenere postura, compiere attività quotidiane e superare stress acuti. Quando il muscolo si riduce e diventa metabolicamente inefficiente, il paziente perde autonomia, tollera meno lo sforzo e dipende sempre di più dagli altri. La perdita funzionale può diventare più rilevante del peso stesso, perché determina allettamento, rischio di caduta, isolamento, riduzione della qualità di vita e minore possibilità di ricevere trattamenti specifici.

Le cadute e le fratture sono frequenti quando la cachessia si associa a debolezza, ipotensione, anemia, neuropatia, farmaci sedativi, metastasi ossee, osteoporosi o carenze nutrizionali. La perdita muscolare riduce la capacità di correggere uno sbilanciamento; la fatigue riduce attenzione e coordinazione; il dolore modifica il passo; la malattia di base può ridurre vista, sensibilità o equilibrio. Una frattura in un paziente cachettico ha conseguenze particolarmente gravi perché immobilizzazione, infiammazione post-traumatica e ridotto apporto alimentare accelerano ulteriore deplezione.

La cachessia aumenta il rischio di infezioni e complicanze di guarigione. La deplezione proteica riduce disponibilità di aminoacidi per risposta immunitaria, riparazione dei tessuti e cicatrizzazione. Nei pazienti chirurgici si associano più complicanze postoperatorie, deiscenza, infezioni, ritardo di recupero e maggiore durata della degenza. Nei pazienti oncologici può ridurre la tolleranza a chemioterapia, radioterapia e immunoterapia, aumentando interruzioni, riduzioni di dose e ricoveri. Nei pazienti con insufficienza d’organo può accelerare il passaggio a livelli più elevati di assistenza.

Le complicanze respiratorie sono particolarmente importanti. Il muscolo scheletrico comprende anche muscoli respiratori e accessori. La perdita di massa e forza può peggiorare tosse, clearance delle secrezioni, ventilazione, tolleranza allo sforzo e recupero dopo infezioni respiratorie. Nella broncopneumopatia cronica ostruttiva la cachessia amplifica il lavoro respiratorio già aumentato e riduce la capacità di svolgere riabilitazione. Nei pazienti allettati aumenta il rischio di atelettasie, polmoniti e difficoltà nello svezzamento da ventilazione quando presente.

Le complicanze metaboliche comprendono ipoglicemia o iperglicemia in base al contesto, insulino-resistenza, alterazioni elettrolitiche, disidratazione, edema, deficit vitaminici e peggioramento della tolleranza ai farmaci. La perdita di massa muscolare può rendere la creatinina sierica falsamente rassicurante, perché un valore apparentemente normale può nascondere una funzione renale peggiore in un paziente con bassa produzione di creatinina. Questo ha implicazioni per dosaggio di farmaci, chemioterapici, antibiotici e anticoagulanti. La riduzione di albumina e cambiamenti nella composizione corporea possono modificare distribuzione e legame proteico di alcune molecole.

Le complicanze cardiovascolari e tromboemboliche dipendono dalla causa e dai trattamenti. Nei pazienti oncologici cachettici coesistono infiammazione, immobilità, terapie pro-trombotiche e malattia avanzata. L’uso di progestinici può aumentare ulteriormente il rischio tromboembolico. Nei pazienti con scompenso cardiaco la cachessia è associata a prognosi peggiore, ridotta tolleranza ai farmaci, ipotensione, insufficienza renale e più ricoveri. La perdita di massa muscolare riduce anche la pompa muscolare periferica, peggiorando decondizionamento e tolleranza allo sforzo.

Le complicanze psicologiche e familiari sono rilevanti. La perdita di peso visibile comunica al paziente e ai familiari un’immagine di malattia avanzata, può generare ansia, depressione, isolamento e conflitti sul cibo. Il caregiver può interpretare il mancato introito come rifiuto o mancanza di volontà, mentre il paziente vive il pasto come fatica o nausea. Senza spiegazione clinica, la cachessia può produrre senso di colpa in entrambi. Una comunicazione corretta riduce pressioni inutili, migliora l’aderenza agli interventi possibili e aiuta a orientare le scelte quando la malattia diventa refrattaria.

L’esito finale della cachessia non trattata o non controllabile è la progressiva perdita di resilienza biologica. Il paziente diventa meno capace di superare infezioni, interventi, riacutizzazioni, tossicità terapeutiche e ricoveri. Ogni evento acuto determina una caduta funzionale più profonda e un recupero più incompleto. Per questo la cachessia deve essere riconosciuta precocemente: quando la perdita muscolare è avanzata, la malattia progredisce e l’infiammazione è dominante, la possibilità di recupero si riduce e gli obiettivi devono spostarsi verso stabilizzazione, comfort e protezione della qualità di vita.

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