Sfondo Header
L'angolo del dottorino
Cerca nel sito... Ricerca avanzata
✖

Fenotipi e distribuzione del tessuto adiposo

I fenotipi dell’obesità descrivono le diverse modalità con cui l’eccesso di adiposità corporea si manifesta nel singolo individuo. Due persone con lo stesso indice di massa corporea (body mass index, BMI) possono avere quantità diverse di massa grassa, differente massa muscolare, diversa distribuzione dei depositi adiposi, diverso grado di infiammazione, differente accumulo di grasso viscerale o ectopico e rischio metabolico non sovrapponibile. Per questo la valutazione moderna dell’obesità non può limitarsi al peso corporeo, ma deve integrare sede del tessuto adiposo, funzione adipocitaria, composizione corporea, sesso, età, etnia, storia ponderale e presenza di danno d’organo.

La distribuzione del tessuto adiposo è uno dei principali determinanti del rischio associato all’obesità. Il grasso sottocutaneo, il grasso viscerale, il grasso gluteo-femorale, il tessuto adiposo epicardico, il grasso perivascolare, il grasso epatico, il grasso pancreatico e l’infiltrazione lipidica muscolare hanno significato biologico diverso. La fenotipizzazione dell’adiposità permette di comprendere perché l’obesità centrale sia spesso più pericolosa dell’adiposità periferica, perché alcuni soggetti con BMI normale possano avere rischio cardiometabolico elevato e perché alcuni soggetti con BMI aumentato possano conservare temporaneamente un profilo metabolico relativamente favorevole. Questi aspetti completano il quadro biologico della fisiopatologia dell’obesità, perché traducono la quantità di grasso in rischio anatomico, metabolico e funzionale.

Limiti del BMI e razionale della fenotipizzazione adiposa

Il BMI è un indicatore semplice, riproducibile e utile negli studi epidemiologici, ma misura il rapporto tra peso e altezza senza distinguere massa grassa, massa magra, acqua corporea, massa ossea e distribuzione regionale del tessuto adiposo. Un atleta con elevata massa muscolare può avere BMI alto senza eccesso patologico di adiposità, mentre un soggetto anziano, sarcopenico o sedentario può avere BMI apparentemente normale ma percentuale di grasso elevata. Il limite più importante del BMI è quindi la sua incapacità di descrivere composizione e sede dell’adiposità, due elementi centrali per il rischio biologico.

La diagnosi ponderale basata solo sul BMI tende a sovrastimare il rischio in alcuni individui e a sottostimarlo in altri. Questo accade perché il danno metabolico dipende soprattutto dalla relazione tra tessuto adiposo, organi bersaglio e capacità di deposito sicuro dei lipidi. Un soggetto con adiposità sottocutanea prevalente, buona massa muscolare e basso grasso ectopico può presentare un rischio inferiore rispetto a un soggetto con BMI più basso ma marcata adiposità viscerale, steatosi epatica e ridotta massa muscolare. La composizione corporea chiarisce quindi ciò che il peso totale nasconde.

Il BMI non tiene conto delle differenze legate a sesso, età ed etnia. A parità di BMI, le donne tendono ad avere percentuali di grasso corporeo più alte degli uomini, ma una quota maggiore può essere localizzata nel compartimento sottocutaneo gluteo-femorale, spesso meno sfavorevole sul piano metabolico. Con l’invecchiamento, la massa muscolare diminuisce e la massa grassa tende a redistribuirsi verso l’addome, rendendo il BMI meno sensibile al rischio reale. In alcune popolazioni asiatiche il rischio cardiometabolico compare a valori di BMI più bassi, mentre in altre popolazioni la relazione tra BMI e adiposità può differire. La variabilità etnica impedisce di interpretare una soglia universale come misura completa della malattia.

Il razionale della fenotipizzazione è distinguere l’eccesso quantitativo di peso dall’eccesso biologicamente rilevante di adiposità. La massa grassa può essere aumentata, ma il suo significato dipende da sede anatomica, cellularità, vascolarizzazione, infiammazione, fibrosi, lipolisi e rapporto con gli organi vicini. Il concetto di adiposità disfunzionale indica proprio la condizione in cui il tessuto adiposo perde la funzione di deposito metabolico sicuro e diventa fonte di segnali endocrini, infiammatori e lipotossici. Questo concetto è più aderente alla realtà clinica rispetto alla sola classificazione per classi di BMI.

La fenotipizzazione dell’obesità ha anche un valore prognostico. Il grasso viscerale, il grasso epatico, il rapporto vita-altezza, la circonferenza vita, la riduzione della massa muscolare e la presenza di adiposità ectopica possono predire rischio di diabete mellito di tipo 2, ipertensione arteriosa, dislipidemia aterogena, malattia cardiovascolare e steatosi epatica metabolica meglio del peso isolato. Il rischio cardiometabolico emerge quindi dalla combinazione di quanto grasso è presente, dove si trova e quale funzione biologica assume nel tempo.

Il fenotipo adiposo non è immutabile. L’adiposità può redistribuirsi con età, menopausa, riduzione dell’attività fisica, perdita di massa muscolare, farmaci, dimagrimento, recupero ponderale, gravidanza, malattie endocrine e cambiamenti dello stile di vita. Un soggetto può passare da un fenotipo prevalentemente sottocutaneo a un fenotipo viscerale, oppure da un’obesità metabolicamente compensata a una condizione metabolicamente sfavorevole. La traiettoria temporale è quindi parte del fenotipo: non conta solo la fotografia statica, ma anche la direzione in cui adiposità, muscolo e metabolismo stanno evolvendo.

Tessuto adiposo sottocutaneo

Il tessuto adiposo sottocutaneo rappresenta il deposito quantitativamente più ampio nella maggior parte degli adulti. È localizzato tra cute e fascia muscolare e comprende compartimenti con caratteristiche biologiche differenti. Il sottocutaneo addominale non è equivalente al sottocutaneo gluteo-femorale, perché differiscono per adipogenesi, sensibilità insulinica, lipolisi, risposta agli ormoni sessuali, profilo secretorio e relazione con il rischio metabolico. Il grasso sottocutaneo non deve quindi essere interpretato come un deposito uniforme, ma come un insieme di compartimenti anatomicamente e funzionalmente distinti.

Il tessuto adiposo sottocutaneo addominale può essere diviso in uno strato superficiale e uno profondo, separati da piani fasciali. Lo strato profondo addominale tende ad associarsi più spesso a insulino-resistenza e rischio metabolico rispetto allo strato superficiale, pur rimanendo biologicamente diverso dal grasso viscerale. La compartimentalizzazione sottocutanea addominale spiega perché due soggetti con la stessa circonferenza vita possano avere profili differenti: una quota maggiore di grasso addominale profondo può indicare una distribuzione più sfavorevole rispetto a una prevalenza di deposito superficiale.

Il deposito gluteo-femorale, localizzato a livello di anche, glutei e cosce, è spesso associato a un profilo metabolico più favorevole, soprattutto nelle donne in età fertile. Questo compartimento tende a trattenere gli acidi grassi in modo più stabile, ha minore lipolisi basale rispetto al viscerale e può funzionare come serbatoio periferico capace di proteggere fegato e muscolo dall’eccesso lipidico. Il grasso gluteo-femorale non è semplicemente un accumulo estetico, ma un deposito metabolicamente rilevante, influenzato dagli estrogeni e dalla diversa biologia dei precursori adipocitari.

La capacità di espansione del sottocutaneo è centrale nel determinare il fenotipo. Quando il tessuto sottocutaneo riesce ad aumentare volume attraverso adipogenesi efficace, vascolarizzazione adeguata e bassa infiammazione, l’eccesso energetico può essere immagazzinato in modo relativamente sicuro. Quando questa capacità è ridotta, gli adipociti diventano ipertrofici, fibrotici e meno sensibili all’insulina, mentre i lipidi vengono deviati verso sedi viscerali o ectopiche. L’espandibilità adiposa è quindi un fattore protettivo fino a quando mantiene qualità cellulare e architettura tissutale adeguate.

Alcuni fenotipi dimostrano chiaramente l’importanza del sottocutaneo. Nelle lipodistrofie, la riduzione o assenza di tessuto adiposo sottocutaneo può determinare severa insulino-resistenza, ipertrigliceridemia e steatosi epatica nonostante il soggetto non presenti obesità classica. Questo paradosso conferma che il problema non è solo avere troppo grasso, ma non avere un deposito adiposo sicuro dove immagazzinare l’energia in eccesso. Il deficit di deposito sottocutaneo può essere metabolicamente dannoso quanto l’espansione adiposa disfunzionale.

Il grasso sottocutaneo può diventare patologico quando aumenta eccessivamente, si infiamma, diventa fibrotico o contribuisce a limitazioni meccaniche, dolore, linfedema, intertrigine, riduzione della mobilità e compromissione della qualità di vita. Anche un compartimento relativamente protettivo può perdere la sua funzione quando la massa adiposa supera la capacità vascolare, meccanica e cellulare del tessuto. La qualità del tessuto adiposo conta quindi quanto la sua sede: un deposito sottocutaneo molto espanso ma infiammato non ha lo stesso significato di un deposito sottocutaneo elastico, ben vascolarizzato e metabolicamente efficiente.

Tessuto adiposo viscerale

Il tessuto adiposo viscerale comprende i depositi localizzati all’interno della cavità addominale, soprattutto omentale, mesenterico, retroperitoneale e perirenale. A differenza del sottocutaneo, il grasso viscerale è più vicino agli organi addominali, ha maggiore attività lipolitica, diversa innervazione, differente risposta catecolaminica e un profilo secretorio più proinfiammatorio. L’adiposità viscerale è strettamente associata a insulino-resistenza, ipertrigliceridemia, riduzione del colesterolo delle lipoproteine ad alta densità (high-density lipoprotein, HDL), ipertensione arteriosa, steatosi epatica metabolica e aumentato rischio cardiovascolare.

Il drenaggio portale del grasso omentale e mesenterico ha un significato fisiopatologico importante. Gli acidi grassi non esterificati e i mediatori infiammatori provenienti da questi depositi raggiungono il fegato attraverso la vena porta, contribuendo a insulino-resistenza epatica, aumento della produzione di glucosio, sintesi di lipoproteine ricche di trigliceridi e accumulo di grasso epatico. La teoria portale non spiega da sola tutto il rischio viscerale, ma descrive un collegamento anatomico diretto tra adiposità addominale interna e metabolismo epatico.

Il tessuto viscerale presenta adipociti mediamente più lipolitici e meno sensibili all’azione antilipolitica dell’insulina rispetto a molti depositi sottocutanei. Questo comportamento aumenta il flusso di substrati lipidici verso il fegato e favorisce dislipidemia aterogena, gluconeogenesi e steatosi. La lipolisi viscerale è particolarmente rilevante quando coesistono iperinsulinemia, infiammazione e ridotta capacità del sottocutaneo di trattenere lipidi. Il risultato è una circolazione cronica di acidi grassi e segnali infiammatori che amplifica il rischio sistemico.

Il grasso viscerale è più ricco di macrofagi e mediatori proinfiammatori rispetto a molti depositi sottocutanei, soprattutto quando aumenta di volume. Produce interleuchina-6, monocyte chemoattractant protein-1, fattore di necrosi tumorale alfa e altri segnali capaci di interferire con la segnalazione insulinica e la funzione endoteliale. L’infiammazione viscerale non rimane confinata al deposito adiposo, ma contribuisce al tono infiammatorio sistemico e al rimodellamento vascolare. Per questo la circonferenza vita, pur essendo una misura indiretta, conserva un valore clinico rilevante come indicatore di accumulo addominale.

La relazione tra grasso viscerale e rischio non è identica in uomini e donne. Gli uomini tendono ad accumulare più grasso addominale viscerale già in età adulta, mentre nelle donne la protezione estrogenica favorisce più spesso il deposito sottocutaneo gluteo-femorale fino alla menopausa. Dopo la menopausa, la riduzione estrogenica favorisce redistribuzione centrale, aumento del grasso viscerale e peggioramento del profilo cardiometabolico. Il dimorfismo sessuale dell’adiposità è quindi un elemento essenziale nella lettura dei fenotipi, perché modifica il significato di peso, girovita e composizione corporea nel corso della vita.

Il grasso viscerale non è sempre proporzionale al BMI. Alcuni soggetti con obesità severa hanno una quota viscerale relativamente contenuta rispetto alla massa sottocutanea, mentre altri con sovrappeso moderato o BMI normale hanno marcata adiposità interna. Questa discordanza genera fenotipi clinicamente diversi: obesità sottocutanea prevalente, obesità viscerale prevalente, obesità mista e adiposità viscerale in normopeso. La discordanza adiposa è una delle ragioni principali per cui il BMI deve essere integrato con misure di distribuzione adiposa e, quando necessario, con strumenti di composizione corporea.

Grasso ectopico e adiposità d’organo

Il grasso ectopico è l’accumulo di lipidi in organi e tessuti non progettati per funzionare come grandi depositi energetici. Coinvolge soprattutto fegato, muscolo scheletrico, pancreas, cuore, rene e compartimenti perivascolari. Il suo sviluppo indica che la capacità del tessuto adiposo fisiologico di immagazzinare energia è stata superata o è qualitativamente insufficiente. L’adiposità ectopica è pericolosa perché espone cellule specializzate a intermedi lipidici, stress ossidativo, infiammazione e alterazioni funzionali che possono precedere il danno clinicamente manifesto.

Il fegato è il principale organo bersaglio dell’eccesso lipidico. L’accumulo epatico di trigliceridi nasce dall’arrivo di acidi grassi dal tessuto adiposo, dalla lipogenesi de novo, dall’introito alimentare e dalla ridotta esportazione o ossidazione dei lipidi. La malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica (metabolic dysfunction-associated steatotic liver disease, MASLD) può associarsi a insulino-resistenza epatica, ipertrigliceridemia, infiammazione, stress del reticolo endoplasmatico e fibrosi. Il grasso epatico è quindi un marcatore e un mediatore di rischio, anche quando il BMI non è molto elevato.

Il grasso pancreatico comprende infiltrazione adiposa del parenchima, accumulo lipidico nelle cellule insulari e deposizione peripancreatica. Il suo significato è complesso, ma può interferire con funzione beta-cellulare, secrezione insulinica, infiammazione locale e rischio di progressione verso diabete nei soggetti predisposti. L’adiposità pancreatica non deve essere interpretata come semplice estensione della steatosi epatica, perché pancreas e fegato hanno architettura, sensibilità e conseguenze funzionali differenti. Il legame tra riduzione del grasso pancreatico e recupero della funzione beta-cellulare è particolarmente importante nei modelli di remissione del diabete di tipo 2 indotta da perdita di peso sostanziale.

Nel muscolo scheletrico bisogna distinguere lipidi intramiocellulari, grasso intermuscolare e infiltrazione adiposa tra fibre. Gli atleti di endurance possono avere elevati lipidi intramiocellulari con buona sensibilità insulinica, fenomeno definito paradosso dell’atleta, perché quei lipidi sono inseriti in un contesto di elevata capacità ossidativa mitocondriale. Nell’obesità sedentaria, invece, l’accumulo di intermedi lipidici, la ridotta capacità ossidativa e l’infiltrazione adiposa si associano a insulino-resistenza e ridotta funzione muscolare. Il grasso muscolare va quindi interpretato insieme a fitness, mitocondri, massa magra e prestazione funzionale.

Il tessuto adiposo epicardico si trova tra miocardio e pericardio viscerale, in continuità anatomica con le coronarie. Può avere funzioni fisiologiche di protezione meccanica e fornitura energetica locale, ma quando aumenta e diventa infiammatorio può produrre segnali paracrini verso miocardio, coronarie e sistema di conduzione. Il grasso epicardico è stato associato a aterosclerosi coronarica, fibrillazione atriale, alterazioni della funzione diastolica e rischio cardiometabolico, pur con complessità interpretative legate alle metodiche di misura e ai fattori confondenti.

Il grasso perivascolare circonda molte arterie e può modulare il tono vascolare attraverso adipokine, ossido nitrico, specie reattive dell’ossigeno, mediatori infiammatori e segnali contrattili. In condizioni fisiologiche può esercitare un effetto anticontrattile, mentre nell’obesità può diventare disfunzionale e favorire vasocostrizione, infiammazione della parete, rigidità arteriosa e aterogenesi. Il tessuto perivascolare mostra come l’adiposità possa agire localmente, non solo attraverso il sangue, ma anche per prossimità anatomica con strutture vascolari vulnerabili.

L’adiposità renale e perirenale contribuisce al rischio attraverso meccanismi meccanici, emodinamici e ormonali. Il grasso intorno al rene può aumentare pressione locale, interferire con natriuresi, favorire attivazione del sistema renina-angiotensina-aldosterone e contribuire a iperfiltrazione. Il grasso renale si integra con ipertensione, insulino-resistenza, infiammazione e aumento del volume plasmatico, rendendo l’obesità un fattore di rischio per malattia renale cronica anche prima della comparsa di diabete manifesto.

Fenotipi antropometrici

I fenotipi antropometrici descrivono il modo in cui l’adiposità si distribuisce sulla superficie corporea e nei principali compartimenti anatomici. La distinzione tradizionale tra forma androide e forma ginoide conserva valore descrittivo, anche se oggi viene integrata con misure più precise. Il fenotipo androide indica prevalenza addominale e tronculare, più spesso correlata ad adiposità viscerale; il fenotipo ginoide indica prevalenza gluteo-femorale, più spesso associata a deposito sottocutaneo periferico. La morfologia corporea fornisce quindi un primo indizio sul rischio, ma non sostituisce la valutazione clinica e metabolica.

L’obesità centrale è caratterizzata da aumento della circonferenza vita e da accumulo adiposo addominale. Può riflettere grasso viscerale, sottocutaneo addominale profondo o entrambi. La sua importanza deriva dal rapporto con insulino-resistenza, dislipidemia aterogena, ipertensione, MASLD, apnea ostruttiva del sonno e rischio cardiovascolare. L’obesità addominale è quindi un fenotipo a maggiore probabilità di rischio metabolico rispetto a una distribuzione periferica, anche se la quota viscerale reale può essere definita con precisione solo tramite metodiche di imaging.

Il fenotipo gluteo-femorale prevalente è più frequente nelle donne prima della menopausa e può essere associato a migliore profilo lipidico, maggiore sensibilità insulinica e minore rischio cardiometabolico rispetto all’accumulo viscerale. Questa protezione non è assoluta: un’elevata massa adiposa totale può comunque produrre carico meccanico, limitazione funzionale, dolore, disturbi venolinfatici e rischio metabolico se il tessuto diventa infiammato o se compare grasso ectopico. L’adiposità periferica è quindi relativamente favorevole sul piano metabolico, ma non automaticamente innocua.

Il fenotipo sarcopenico-obeso combina eccesso di adiposità e riduzione di massa, forza o funzione muscolare. È particolarmente rilevante nell’anziano, nel paziente sedentario, nel soggetto con malattie croniche, dopo dimagrimenti ripetuti e in alcune condizioni endocrine o infiammatorie. La perdita muscolare riduce dispendio energetico, capacità ossidativa, captazione del glucosio e autonomia funzionale, mentre il grasso aumenta carico meccanico e infiammazione. L’obesità sarcopenica può quindi presentare BMI non necessariamente estremo, ma rischio elevato di disabilità, cadute, fragilità e complicanze metaboliche.

Il fenotipo definito normal weight obesity indica una condizione in cui il BMI rientra nell’intervallo considerato normale, ma la percentuale di massa grassa è elevata. Questo quadro è più frequente in soggetti con bassa massa muscolare, sedentarietà, età avanzata o storia di oscillazioni ponderali. Il normopeso adiposo può sfuggire allo screening basato sul BMI e può associarsi a insulino-resistenza, dislipidemia, infiammazione e rischio cardiovascolare. La sua identificazione richiede attenzione a circonferenza vita, composizione corporea e marcatori metabolici.

Il fenotipo metabolically obese normal weight descrive individui con BMI normale ma alterazioni metaboliche tipiche dell’obesità, come insulino-resistenza, ipertrigliceridemia, ipertensione, glicemia alterata o adiposità viscerale. Non coincide sempre con la normal weight obesity, perché un soggetto può essere metabolicamente alterato anche senza percentuale di grasso estremamente elevata se presenta distribuzione sfavorevole, ridotta massa muscolare o grasso ectopico. Il normopeso metabolicamente obeso evidenzia il limite più evidente del BMI: l’assenza di sovrappeso apparente non garantisce salute metabolica.

Alcuni fenotipi sono influenzati da condizioni specifiche. L’accumulo centrale può essere accentuato da ipercortisolismo, menopausa, ipogonadismo maschile, terapia glucocorticoide, alcuni antipsicotici, insulinizzazione intensiva, sindrome dell’ovaio policistico e riduzione dell’attività fisica. La distribuzione periferica può essere modificata da lipedema, linfedema, lipodistrofie parziali e patologie venose. Il fenotipo clinico deve quindi essere interpretato anche alla luce di anamnesi farmacologica, endocrina, familiare e funzionale, perché la stessa forma corporea può derivare da meccanismi differenti.

Fenotipi metabolici

Il concetto di obesità metabolicamente sana indica la presenza di adiposità aumentata in assenza di alterazioni metaboliche manifeste come iperglicemia, ipertensione, dislipidemia aterogena, insulino-resistenza marcata o infiammazione elevata. Questa definizione è discussa perché non esiste un criterio unico universalmente accettato e perché il fenotipo può essere temporaneo. L’obesità metabolicamente sana non equivale ad assenza di rischio: indica piuttosto un profilo relativamente più favorevole rispetto all’obesità metabolicamente sfavorevole nello stesso momento della valutazione.

I soggetti con obesità metabolicamente più favorevole tendono ad avere minore grasso viscerale ed epatico, maggiore deposito sottocutaneo periferico, migliore capacità di espansione adiposa, adipociti più piccoli, minore infiammazione del tessuto adiposo, maggiore sensibilità insulinica e migliore fitness cardiorespiratoria. Il profilo metabolico favorevole dipende quindi da una combinazione di sede, funzione e riserva biologica. Non è sufficiente avere esami temporaneamente normali: bisogna considerare età, traiettoria ponderale, grasso ectopico, pressione arteriosa, storia familiare e capacità funzionale.

L’obesità metabolicamente sfavorevole è caratterizzata da adiposità viscerale, grasso ectopico, insulino-resistenza, ipertrigliceridemia, colesterolo HDL ridotto, ipertensione arteriosa, glicemia alterata, aumento di marcatori infiammatori e spesso MASLD. Questo fenotipo è più strettamente legato a diabete di tipo 2, malattia cardiovascolare, malattia renale cronica e apnea ostruttiva del sonno. L’obesità metabolicamente insalubre riflette il fallimento della capacità di deposito sicuro e la comparsa di comunicazione patologica tra tessuto adiposo e organi bersaglio.

La stabilità dell’obesità metabolicamente sana è limitata. Molti soggetti transitano nel tempo verso un fenotipo metabolicamente sfavorevole, soprattutto se aumentano età, grasso viscerale, sedentarietà, infiammazione, adiposità epatica o se diminuisce la massa muscolare. Anche senza transizione rapida, il rischio cardiovascolare può restare superiore rispetto ai soggetti normopeso metabolicamente sani, soprattutto su orizzonti temporali lunghi. La transizione fenotipica è quindi un elemento clinico importante: il fenotipo favorevole deve essere monitorato, non interpretato come protezione definitiva.

La dicotomia sano-insalubre può essere fuorviante se usata in modo rigido. Il rischio metabolico non è binario, ma continuo, e cambia in base a numero, intensità e durata delle alterazioni. Una lieve ipertrigliceridemia, una circonferenza vita elevata, una pressione borderline o una steatosi iniziale possono rappresentare segnali precoci di progressione prima che compaia una sindrome metabolica completa. La gradualità del rischio suggerisce di leggere i fenotipi metabolici come traiettorie dinamiche, non come categorie statiche e definitive.

Il fenotipo metabolico deve essere integrato con il fenotipo funzionale. Un soggetto può avere esami metabolici non ancora alterati ma presentare dolore articolare, dispnea da sforzo, limitazione della mobilità, apnea del sonno, infertilità, compromissione epatica o riduzione della qualità di vita. In questi casi l’adiposità è già clinicamente rilevante anche se il profilo glicolipidico non appare gravemente compromesso. La funzione d’organo completa la lettura metabolica, perché l’obesità può essere malattia anche quando i parametri ematochimici non sono ancora francamente patologici.

Differenze per sesso, età, etnia e fasi della vita

La distribuzione del tessuto adiposo è fortemente influenzata dal sesso biologico. In età fertile, le donne accumulano più frequentemente grasso sottocutaneo gluteo-femorale, mentre gli uomini presentano più spesso un fenotipo addominale e viscerale. Questa differenza deriva da ormoni sessuali, recettori adrenergici, attività lipoprotein-lipasica, adipogenesi regionale e diversa sensibilità insulinica dei depositi. Il dimorfismo sessuale dell’adiposità non è solo morfologico, ma determina profili differenti di rischio metabolico, cardiovascolare, riproduttivo e funzionale.

La menopausa rappresenta una transizione cruciale. La riduzione degli estrogeni favorisce aumento della massa grassa totale, redistribuzione centrale, incremento del grasso viscerale, peggioramento della sensibilità insulinica e modificazioni del profilo lipidico. Questo cambiamento può avvenire anche senza un aumento marcato del BMI, perché la composizione corporea si modifica attraverso riduzione della massa magra e aumento relativo dell’adiposità addominale. La transizione menopausale dimostra che il peso stabile non garantisce stabilità del rischio se cambia la sede dei depositi adiposi.

Nell’uomo, l’invecchiamento e la riduzione del testosterone possono favorire aumento del grasso viscerale e riduzione della massa muscolare. L’ipogonadismo funzionale associato all’obesità può amplificare il deposito centrale, ridurre energia, forza muscolare e attività fisica, creando un circolo vizioso. Il fenotipo androgenico sfavorevole è caratterizzato da maggiore adiposità addominale, minore massa magra e rischio più alto di insulino-resistenza. Tuttavia, la relazione tra testosterone e adiposità è bidirezionale e deve essere interpretata clinicamente, non ridotta a un singolo valore ormonale.

L’invecchiamento modifica la composizione corporea anche in assenza di grandi variazioni ponderali. La massa muscolare si riduce, la massa grassa aumenta proporzionalmente, il grasso si sposta verso addome e organi, e l’infiltrazione adiposa muscolare peggiora la qualità della massa magra. Il rimodellamento senile del corpo rende il BMI particolarmente ingannevole nell’anziano: un peso stabile può nascondere perdita di muscolo e aumento di grasso, mentre un BMI moderatamente elevato può avere significato diverso in base a forza, funzione e distribuzione adiposa.

Le differenze etniche riguardano percentuale di grasso a parità di BMI, predisposizione al deposito viscerale, soglie di rischio metabolico e relazione tra circonferenza vita e grasso interno. In molte popolazioni asiatiche il rischio di diabete e malattia cardiovascolare aumenta a valori di BMI e circonferenza vita inferiori rispetto alle soglie occidentali tradizionali. In altre popolazioni, il BMI può sovrastimare o sottostimare adiposità reale e rischio. La variabilità etnica del rischio non va intesa come categoria rigida, ma come insieme di fattori biologici e socioambientali che modifica l’interpretazione dei dati antropometrici.

Durante gravidanza e postpartum, il tessuto adiposo partecipa all’adattamento energetico materno. L’aumento fisiologico di massa grassa sostiene le richieste della gestazione e dell’allattamento, ma eccessivo incremento ponderale, obesità pregravidica, diabete gestazionale e ritenzione di peso postpartum possono favorire adiposità viscerale futura e rischio metabolico. L’adiposità materna ha significato anche intergenerazionale, perché può influenzare ambiente intrauterino, crescita fetale, composizione corporea del bambino e rischio metabolico successivo. Anche qui il fenotipo dipende da quantità, distribuzione e contesto endocrino.

Nel bambino e nell’adolescente la distribuzione adiposa cambia con crescita, pubertà e maturazione ormonale. L’adiposità centrale in età pediatrica è associata a rischio di insulino-resistenza, steatosi epatica e persistenza dell’obesità nell’adulto, ma le misure devono essere interpretate con percentili specifici per età e sesso. Il fenotipo pediatrico richiede particolare cautela perché il corpo è in sviluppo, la pubertà modifica transitoriamente sensibilità insulinica e distribuzione adiposa, e l’identificazione precoce del rischio deve evitare stigmatizzazione e semplificazioni.

Interpretazione dei fenotipi adiposi

L’interpretazione dei fenotipi adiposi deve combinare dati antropometrici, composizione corporea, distribuzione regionale, funzione metabolica e stato clinico. Il peso corporeo indica la dimensione generale del problema, ma il rischio emerge dalla sede del grasso, dalla massa muscolare, dalla presenza di grasso ectopico e dai segni di danno d’organo. La lettura integrata permette di distinguere una persona con obesità prevalentemente sottocutanea e discreta riserva muscolare da una persona con adiposità centrale, steatosi epatica, massa magra ridotta e marcata insulino-resistenza.

Un fenotipo ad alto rischio è generalmente caratterizzato da circonferenza vita elevata, rapporto vita-altezza aumentato, grasso viscerale, steatosi epatica, ipertrigliceridemia, HDL ridotto, glicemia alterata, pressione arteriosa elevata, infiammazione cronica e ridotta capacità cardiorespiratoria. Un fenotipo relativamente più favorevole mostra maggiore deposito sottocutaneo periferico, minore grasso epatico, buona massa muscolare, migliore fitness e minore alterazione metabolica. La stratificazione non serve a creare categorie assolute, ma a comprendere quali meccanismi predominano e quali organi sono più vulnerabili.

La distribuzione adiposa aiuta anche a spiegare alcune apparenti contraddizioni cliniche. Il cosiddetto paradosso dell’obesità osservato in alcune condizioni croniche può dipendere da limiti del BMI, differenze di massa muscolare, età, fumo, malattie non diagnosticate, selezione dei pazienti e incapacità di distinguere grasso viscerale da sottocutaneo. L’obesità apparente basata sul BMI può quindi includere soggetti con riserve muscolari diverse e distribuzioni adipose molto differenti. Senza fenotipizzazione, il peso totale può generare interpretazioni fuorvianti sulla prognosi.

Il fenotipo adiposo orienta la comprensione delle complicanze, ma non deve essere confuso con la diagnosi delle singole complicanze. La presenza di adiposità viscerale aumenta la probabilità di alterazioni metaboliche, ma diabete, ipertensione, MASLD, apnea ostruttiva del sonno e malattia cardiovascolare richiedono accertamenti specifici. Il profilo adiposo identifica il terreno biologico su cui le complicanze possono svilupparsi, mentre la conferma di ciascuna condizione appartiene alla valutazione clinica e strumentale dedicata. Lo stesso principio vale per le complicanze metaboliche dell’obesità, che derivano dall’interazione tra distribuzione del grasso, insulino-resistenza, infiammazione e vulnerabilità d’organo.

La fenotipizzazione è particolarmente importante nei soggetti con BMI intermedio, negli anziani, nelle donne dopo menopausa, nei pazienti con perdita di peso recente, nei soggetti con massa muscolare elevata, nelle persone con storia di diabete gestazionale, nelle popolazioni ad alto rischio metabolico e nei casi in cui il quadro clinico non corrisponde al BMI. La discordanza clinica tra peso e rischio deve indurre a guardare oltre la bilancia, perché adiposità centrale, sarcopenia e grasso ectopico possono modificare radicalmente il significato dello stesso peso corporeo.

Il fenotipo adiposo non ha soltanto valore descrittivo, ma rappresenta una sintesi della storia biologica del paziente. Racconta dove l’organismo ha depositato l’energia in eccesso, quanto è ancora efficiente il tessuto adiposo, quale quota di massa muscolare è preservata, quali organi possono essere esposti a lipotossicità e quale rischio può emergere nel tempo. La distribuzione del grasso è quindi una chiave interpretativa fondamentale dell’obesità: consente di passare dalla domanda “quanto pesa il paziente” alla domanda clinicamente più rilevante, cioè quale tipo di adiposità possiede e quale danno biologico può produrre.

    Bibliografia
  1. Rubino F et al. Definition and diagnostic criteria of clinical obesity. The Lancet Diabetes & Endocrinology. 13(3), 2025, 221-262.
  2. Ross R et al. Waist circumference as a vital sign in clinical practice: a Consensus Statement from the IAS and ICCR Working Group on Visceral Obesity. Nature Reviews Endocrinology. 16(3), 2020, 177-189.
  3. Neeland IJ et al. Visceral and ectopic fat, atherosclerosis, and cardiometabolic disease: a position statement. The Lancet Diabetes & Endocrinology. 7(9), 2019, 715-725.
  4. Tchernof A et al. Pathophysiology of human visceral obesity: an update. Physiological Reviews. 93(1), 2013, 359-404.
  5. Després JP. Body fat distribution and risk of cardiovascular disease: an update. Circulation. 126(10), 2012, 1301-1313.
  6. Chait A et al. Adipose tissue distribution, inflammation and its metabolic consequences, including diabetes and cardiovascular disease. Frontiers in Cardiovascular Medicine. 7, 2020, 22.
  7. Blüher M. Metabolically healthy obesity. Endocrine Reviews. 41(3), 2020, bnaa004.
  8. Fox CS et al. Abdominal visceral and subcutaneous adipose tissue compartments: association with metabolic risk factors in the Framingham Heart Study. Circulation. 116(1), 2007, 39-48.
  9. Goodpaster BH et al. Obesity, regional body fat distribution, and the metabolic syndrome in older men and women. Archives of Internal Medicine. 165(7), 2005, 777-783.
  10. Janssen I et al. Waist circumference and not body mass index explains obesity-related health risk. American Journal of Clinical Nutrition. 79(3), 2004, 379-384.
  11. Browning LM et al. A systematic review of waist-to-height ratio as a screening tool for the prediction of cardiovascular disease and diabetes. Nutrition Research Reviews. 23(2), 2010, 247-286.
  12. Ashwell M et al. Waist-to-height ratio is a better screening tool than waist circumference and BMI for adult cardiometabolic risk factors: systematic review and meta-analysis. Obesity Reviews. 13(3), 2012, 275-286.
  13. Shen W et al. Adipose tissue quantification by imaging methods: a proposed classification. Obesity Research. 11(1), 2003, 5-16.
  14. Klopfenstein BJ et al. Comparison of 3 T MRI and CT for the measurement of visceral and subcutaneous adipose tissue in humans. British Journal of Radiology. 85(1018), 2012, e826-e830.
  15. Snijder MB et al. What aspects of body fat are particularly hazardous and how do we measure them?. International Journal of Epidemiology. 35(1), 2006, 83-92.
  16. Ruderman NB et al. The metabolically-obese, normal-weight individual. American Journal of Clinical Nutrition. 34(8), 1981, 1617-1621.
  17. De Lorenzo A et al. Normal-weight obesity syndrome: early inflammation?. American Journal of Clinical Nutrition. 85(1), 2007, 40-45.
  18. Gómez-Zorita S et al. Metabolically healthy obesity and metabolically obese normal weight: a review. Journal of Physiology and Biochemistry. 77(1), 2021, 175-189.

Nota informativa: le informazioni contenute in questa pagina hanno esclusivamente finalità informative e divulgative e non sostituiscono il parere, la diagnosi o il trattamento di un medico. In caso di necessità, rivolgersi sempre a un professionista sanitario qualificato.

Trasparenza sull'intelligenza artificiale: questa pagina è stata realizzata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale, utilizzati come ausilio nella produzione e nell'elaborazione dei contenuti.