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Malnutrizione

La malnutrizione è una condizione patologica caratterizzata da alterazione dell’apporto, dell’assimilazione, dell’utilizzazione o della perdita di nutrienti, con conseguenze misurabili su composizione corporea, funzione fisica, risposta immunitaria, capacità di guarigione, prognosi e qualità di vita. In ambito clinico il termine viene usato soprattutto per indicare la malnutrizione per difetto, cioè una condizione di insufficiente disponibilità o utilizzazione di energia, proteine e micronutrienti rispetto ai bisogni dell’organismo. Non coincide con la magrezza, non coincide con il semplice calo ponderale e non può essere diagnosticata con un singolo valore di laboratorio: è una sindrome clinico-metabolica che nasce dall’interazione tra ridotto introito, malattia, infiammazione, catabolismo, perdita di massa muscolare e ridotta capacità funzionale.

La malnutrizione può essere primaria, quando dipende soprattutto da insufficiente disponibilità alimentare o condizioni sociali sfavorevoli, oppure secondaria a malattia, quando deriva da anoressia, disfagia, malassorbimento, perdite, infiammazione, aumento del catabolismo o trattamenti medici e chirurgici. Nella pratica ospedaliera e ambulatoriale le forme più rilevanti sono spesso miste: il paziente non mangia abbastanza perché la malattia riduce appetito, autonomia, digestione o assorbimento, mentre l’infiammazione accelera proteolisi, resistenza anabolica e perdita di massa magra. Per questo la malnutrizione deve essere considerata una complicanza biologica della malattia, ma anche un fattore capace di peggiorare la malattia stessa.

La frequenza è elevata nei pazienti ospedalizzati, negli anziani, nei pazienti oncologici, nei soggetti con insufficienza d’organo, nelle malattie gastrointestinali, nella terapia intensiva, nelle strutture residenziali e nelle condizioni di fragilità sociale. Le stime variano in base a setting, età, strumento diagnostico e definizione utilizzata, ma la letteratura mostra in modo costante che la malnutrizione è associata a più infezioni, perdita muscolare, peggiore cicatrizzazione, maggiore durata della degenza, più complicanze, aumento dei costi sanitari e maggiore mortalità. Il problema clinico principale è che spesso resta non riconosciuta, soprattutto quando il paziente ha peso normale, sovrappeso, edema, ascite o obesità sarcopenica.

Inquadramento nosologico e classificazione clinica della malnutrizione

La malnutrizione deve essere inquadrata prima di tutto come disturbo della relazione tra disponibilità di nutrienti, fabbisogni biologici e capacità dell’organismo di utilizzare ciò che riceve. In una persona sana, l’introito alimentare copre il dispendio energetico, permette il turnover proteico, mantiene le riserve adipose, sostiene la funzione muscolare e assicura adeguata disponibilità di micronutrienti. Nella malnutrizione questo equilibrio si rompe: l’organismo non riceve abbastanza energia o proteine, non riesce ad assorbirle, le perde, le utilizza in modo inefficiente oppure le consuma più rapidamente per effetto della malattia.

La prima distinzione clinica separa la malnutrizione senza malattia dalla malnutrizione correlata a malattia. La prima può derivare da fame, povertà, isolamento, trascuratezza, disturbi del comportamento alimentare, restrizioni dietetiche incongrue o impossibilità di accedere al cibo. La seconda si sviluppa quando una patologia acuta o cronica modifica introito, metabolismo e composizione corporea. Nella malattia correlata a infiammazione, il deficit nutrizionale non dipende soltanto dal fatto che il paziente mangia poco, ma anche da mediatori infiammatori, alterazioni neuroendocrine, insulino-resistenza, proteolisi muscolare, aumento del turnover proteico e resistenza alla sintesi muscolare.

La seconda distinzione riguarda la presenza o assenza di infiammazione. Nella malnutrizione da ridotto introito senza infiammazione significativa, come può accadere in condizioni sociali sfavorevoli o in restrizioni alimentari prolungate, la risposta metabolica è dominata dall’adattamento al digiuno: riduzione del dispendio, mobilizzazione del glicogeno, lipolisi, chetogenesi e progressivo risparmio proteico. Nella malnutrizione associata a infiammazione, invece, il corpo non entra in un semplice stato di risparmio. Citochine, ormoni dello stress e segnali immunometabolici mantengono gluconeogenesi, proteolisi, lipolisi disordinata e produzione di proteine di fase acuta, rendendo più difficile recuperare massa muscolare con il solo aumento dell’apporto.

La terza distinzione riguarda il tempo. La malnutrizione acuta si sviluppa in giorni o settimane, spesso in corso di infezione, chirurgia, trauma, riacutizzazione respiratoria, tossicità da trattamento oncologico, disfagia improvvisa, pancreatite, ileo, vomito o digiuno prolungato. La malnutrizione cronica si sviluppa in mesi o anni, come nelle neoplasie avanzate, nell’insufficienza cardiaca, nella broncopneumopatia cronica ostruttiva, nella cirrosi, nella malattia renale cronica, nelle malattie neurologiche, nelle demenze e nelle patologie gastrointestinali croniche. Le due forme possono sovrapporsi: un paziente cronicamente fragile può peggiorare rapidamente durante un episodio acuto.

La quarta distinzione riguarda il compartimento corporeo prevalente. Alcuni pazienti presentano perdita di peso e riduzione del tessuto adiposo; altri hanno soprattutto perdita muscolare; altri ancora mantengono o aumentano il peso per edema, ascite o massa grassa, ma perdono massa contrattile e funzione. La malnutrizione moderna non può quindi essere descritta soltanto come sottopeso. La bassa massa muscolare è un elemento centrale perché condiziona forza, autonomia, immunità, metabolismo glucidico, tolleranza ai trattamenti e prognosi. In questo senso la malnutrizione può coesistere con sarcopenia, cachessia, obesità sarcopenica e fragilità.

È utile distinguere la malnutrizione dalla cachessia, pur riconoscendo che spesso coesistono. La cachessia è una sindrome metabolica complessa associata a malattia cronica e infiammazione, caratterizzata da perdita di massa muscolare con o senza perdita di massa grassa, non completamente reversibile con il solo supporto nutrizionale. Nella malnutrizione non infiammatoria, invece, la correzione dell’apporto e delle cause di ridotta assunzione può determinare recupero più diretto. La differenza è clinicamente importante perché nella cachessia la nutrizione è necessaria ma non sufficiente: bisogna trattare anche infiammazione, malattia di base, inattività, sintomi e alterazioni metaboliche.

La classificazione clinica deve infine considerare la gravità. Una malnutrizione lieve o moderata può essere ancora reversibile con interventi tempestivi, mentre una malnutrizione severa comporta rischio elevato di complicanze, infezioni, cadute, lesioni da pressione, tossicità farmacologica, insuccesso riabilitativo e sindrome da rialimentazione. La gravità non dipende solo dal peso perso, ma dalla velocità del deterioramento, dalla riduzione della massa muscolare, dall’infiammazione, dalla funzione fisica, dalla presenza di comorbilità e dalla capacità del paziente di alimentarsi in modo sicuro.

Eziologia, fattori di rischio e meccanismi patogenetici

Le cause della malnutrizione possono essere organizzate in quattro grandi meccanismi: ridotto introito, ridotta assimilazione, aumento delle perdite e aumento del catabolismo. Nella realtà clinica questi meccanismi raramente agiscono da soli. Un paziente oncologico può avere anoressia, infiammazione, nausea da terapia, dolore, alterazione del gusto e perdita muscolare; un anziano con demenza può avere ridotto introito, disfagia, dipendenza da caregiver, infezioni ricorrenti e immobilità; un paziente con malattia infiammatoria intestinale può avere dolore, diarrea, malassorbimento, perdite proteiche e infiammazione sistemica. La diagnosi eziologica deve quindi ricostruire la catena causale e non limitarsi a constatare che il paziente pesa meno.

Il ridotto introito è il meccanismo più immediato. Può derivare da anoressia, nausea, vomito, dolore, dispnea, disfagia, odinofagia, xerostomia, mucosite, sazietà precoce, depressione, delirium, demenza, isolamento, povertà, lutto, problemi odontoiatrici, restrizioni dietetiche non necessarie, paura dei sintomi, farmaci o dipendenza assistenziale. In ospedale si aggiungono digiuni per procedure, pasti interrotti, cibi non graditi, mancanza di aiuto durante l’alimentazione, diete a consistenza inadeguata e prescrizioni restrittive non rivalutate. Il paziente può quindi ricevere una dieta formalmente corretta ma assumerne solo una parte minima.

La ridotta assimilazione comprende maldigestione e malassorbimento. Insufficienza pancreatica esocrina, colestasi, resezioni intestinali, sindrome dell’intestino corto, celiachia, malattia di Crohn, enteropatie essudative, radioterapia addominale, chirurgia bariatrica, gastrectomia, bypass intestinali, infezioni croniche, diarrea persistente e alterazioni della motilità possono impedire il normale assorbimento di energia, proteine, grassi, vitamine e minerali. In questi casi l’introito riferito può apparire sufficiente, ma l’organismo non riceve realmente ciò che viene ingerito. Steatorrea, diarrea cronica, deficit multipli, calo ponderale con appetito conservato e ipoalbuminemia da perdita intestinale devono orientare verso questa possibilità.

L’aumento delle perdite può riguardare proteine, elettroliti, acqua, sangue e micronutrienti. Fistole enterocutanee, stomie ad alta portata, drenaggi, ustioni, essudati, nefropatie proteinuriche, enteropatie proteino-disperdenti, sanguinamenti cronici, diarrea, vomito e dialisi possono produrre deficit anche quando l’introito non è gravemente ridotto. Le perdite modificano il bilancio corporeo in modo selettivo: una stomia ad alta portata può causare disidratazione, perdita di sodio, magnesio e bicarbonato; una nefropatia proteinurica può determinare perdita proteica e edema; un sanguinamento cronico può causare sideropenia e riduzione della capacità di trasporto dell’ossigeno.

L’aumento del catabolismo è il meccanismo più caratteristico della malnutrizione correlata a malattia. Infiammazione, sepsi, trauma, chirurgia maggiore, ustioni, neoplasie, insufficienza d’organo e malattie croniche avanzate attivano citochine, catecolamine, cortisolo, glucagone e segnali immunometabolici che aumentano gluconeogenesi, proteolisi, lipolisi e turnover proteico. Il muscolo scheletrico diventa una fonte di aminoacidi per la sintesi epatica di proteine di fase acuta, per la gluconeogenesi e per la risposta immunitaria. Questo processo sostiene la sopravvivenza nella fase acuta, ma se persiste determina perdita di massa muscolare, debolezza, insulino-resistenza e ridotta capacità di recupero.

A livello molecolare, la perdita muscolare deriva dall’attivazione di vie proteolitiche e dalla riduzione della sintesi proteica. Il sistema ubiquitina-proteasoma, l’autofagia-lisosoma, le caspasi, la miostatina, la ridotta segnalazione insulinica e insulin-like growth factor 1 (IGF-1), l’infiammazione mediata da interleuchina-6, tumor necrosis factor alpha (TNF-α) e altre citochine, e la ridotta attivazione della via mechanistic target of rapamycin complex 1 (mTORC1) concorrono alla perdita di proteine miofibrillari. L’inattività e l’immobilizzazione amplificano la resistenza anabolica: anche quando vengono forniti nutrienti, il muscolo risponde meno allo stimolo proteico e all’insulina se non è accompagnato da mobilizzazione e trattamento della causa infiammatoria.

Il tessuto adiposo viene mobilizzato attraverso lipolisi e modificazioni del metabolismo lipidico, ma nella malattia infiammatoria l’utilizzazione dei substrati è meno efficiente. Possono coesistere perdita di grasso, insulino-resistenza, iperglicemia da stress, alterata ossidazione lipidica e steatosi epatica. Il fegato modifica le priorità sintetiche, riducendo la produzione di proteine negative di fase acuta e aumentando proteine di fase acuta. Per questo albumina e prealbumina si abbassano soprattutto come espressione di infiammazione, permeabilità capillare, redistribuzione e gravità di malattia, non come misura diretta dell’introito proteico.

I fattori di rischio includono età avanzata, fragilità, polifarmacoterapia, demenza, depressione, disfagia, edentulia, isolamento sociale, povertà, dipendenza funzionale, neoplasie, malattie gastrointestinali, insufficienza cardiaca, broncopneumopatia cronica ostruttiva, cirrosi, insufficienza renale, malattie neurologiche, infezioni croniche, chirurgia maggiore, terapia intensiva, disturbi del comportamento alimentare, abuso di alcol, diete restrittive e ricoveri ripetuti. Il rischio aumenta quando più fattori si sommano. Un singolo elemento può essere tollerato, ma l’associazione tra ridotto introito, infiammazione e immobilità può produrre deterioramento rapido anche in pochi giorni.

Fisiopatologia sistemica e conseguenze sulla composizione corporea

La malnutrizione modifica l’organismo a più livelli. Nelle fasi iniziali di ridotto apporto senza infiammazione, il corpo utilizza glicogeno epatico e muscolare, poi aumenta lipolisi e chetogenesi per risparmiare glucosio e proteine. Il cervello aumenta progressivamente l’utilizzo di corpi chetonici, riducendo la necessità di gluconeogenesi da aminoacidi. Questo adattamento permette di sopravvivere al digiuno, ma non protegge completamente la massa magra, soprattutto se il deficit è prolungato, se l’apporto proteico è insufficiente o se coesistono malattia e inattività.

Nella malnutrizione correlata a malattia, la fisiopatologia è più aggressiva. L’infiammazione interferisce con i normali adattamenti al digiuno e mantiene una risposta catabolica sostenuta. Le citochine favoriscono anoressia attraverso segnali ipotalamici, alterano il metabolismo epatico, promuovono proteolisi muscolare, riducono la sintesi proteica e modificano la sensibilità insulinica. Il risultato è una perdita di massa muscolare più rapida e meno facilmente reversibile rispetto alla semplice carenza alimentare. Il paziente può ricevere nutrienti, ma continuare a perdere muscolo se l’infiammazione, l’immobilità e la malattia di base non vengono controllate.

Il muscolo scheletrico è il compartimento più importante dal punto di vista prognostico. La sua perdita riduce forza, equilibrio, capacità respiratoria, autonomia, risposta alla riabilitazione e riserva aminoacidica. Il muscolo non è solo un organo meccanico: partecipa al metabolismo del glucosio, alla risposta infiammatoria, alla comunicazione endocrina tramite miochine e al mantenimento della capacità funzionale. Quando la massa muscolare si riduce, il paziente diventa più vulnerabile a cadute, infezioni, intolleranza ai trattamenti, allettamento, delirium e perdita di indipendenza.

La perdita di tessuto adiposo riduce le riserve energetiche, ma non ha lo stesso significato in tutti i pazienti. Nel sottopeso rappresenta un marker evidente di deplezione; nell’obesità può essere mascherata o può coesistere con perdita muscolare. L’obesità sarcopenica è un fenotipo particolarmente insidioso perché l’eccesso di massa grassa nasconde la riduzione di massa magra, mentre l’infiammazione metabolica, l’insulino-resistenza e la ridotta mobilità peggiorano il rischio funzionale. In questi pazienti il giudizio basato sull’indice di massa corporea può essere gravemente fuorviante.

La malnutrizione altera anche il sistema immunitario. La ridotta disponibilità di aminoacidi, energia, zinco, ferro, selenio, rame, vitamine A, C, D, E, B6, B12 e folati compromette proliferazione cellulare, funzione linfocitaria, barriera mucosa, fagocitosi, produzione anticorpale e controllo dello stress ossidativo. Nella malattia infiammatoria il sistema immunitario può essere contemporaneamente iperattivato e inefficiente. Questo spiega perché il paziente malnutrito abbia maggiore rischio di infezioni, infezioni più persistenti e recupero più lento.

La cicatrizzazione risente della carenza di energia, proteine e micronutrienti. La sintesi di collagene, la proliferazione fibroblastica, l’angiogenesi, la risposta immunitaria locale e il rimodellamento della matrice extracellulare richiedono substrati adeguati. Deficit di proteine, vitamina C, zinco, rame, ferro e ossigenazione tissutale possono rallentare la guarigione, ma la ferita cronica dipende anche da perfusione, pressione, diabete, infezione, edema, immobilità e cura locale. La nutrizione è quindi necessaria, ma deve essere integrata con il trattamento della causa della lesione.

L’apparato gastrointestinale può subire atrofia mucosa, riduzione della barriera, alterazione del microbiota, ridotta motilità e minore tolleranza alla rialimentazione, soprattutto dopo digiuno prolungato o malattia critica. La riduzione dell’introito può peggiorare nausea, sazietà precoce e stipsi; la rialimentazione troppo rapida può provocare distensione, diarrea, squilibri elettrolitici e sovraccarico. Il tratto gastrointestinale è quindi sia vittima sia determinante della malnutrizione.

La fisiopatologia culmina in un circolo vizioso: malattia e infiammazione riducono introito e aumentano catabolismo; la malnutrizione riduce muscolo, immunità e funzione; la perdita funzionale aumenta immobilità e dipendenza; l’immobilità accelera perdita muscolare; le complicanze prolungano la malattia e mantengono l’infiammazione. Interrompere questo circolo richiede diagnosi precoce, trattamento della causa, nutrizione adeguata, mobilizzazione, controllo dei sintomi e rivalutazione continua.

Manifestazioni cliniche e riconoscimento al letto del paziente

Le manifestazioni cliniche della malnutrizione devono essere ricercate con la stessa sequenza di una visita reale: anamnesi, sintomi riferiti, osservazione del comportamento alimentare, esame obiettivo, valutazione funzionale e interpretazione dei dati disponibili. Il paziente può riferire calo di peso, perdita di appetito, sazietà precoce, nausea, vomito, diarrea, stipsi, dolore durante i pasti, difficoltà a masticare, difficoltà a deglutire, alterazione del gusto, bocca secca, affaticamento, riduzione della forza, intolleranza allo sforzo, cadute, lentezza nei movimenti e perdita di autonomia. Nei pazienti anziani o cognitivamente compromessi queste informazioni devono essere integrate con caregiver, personale infermieristico e osservazione diretta dei pasti.

La storia ponderale è spesso il primo indizio. Bisogna chiedere peso abituale, peso attuale, tempo di comparsa del calo, volontarietà, andamento, presenza di edema o ascite, variazioni della taglia degli abiti e perdita di massa percepita. Un paziente può non conoscere il peso, ma riferire cintura più larga, vestiti larghi, volto scavato o ridotta forza. La perdita di peso involontaria è particolarmente significativa quando è rapida, associata a ridotto introito o infiammazione, oppure quando riguarda un soggetto anziano, fragile, oncologico o chirurgico.

L’anamnesi alimentare deve chiarire quanto il paziente mangia davvero. È necessario chiedere numero dei pasti, porzioni, alimenti evitati, consistenze tollerate, liquidi assunti, supplementi, alcol, restrizioni, difficoltà economiche, capacità di cucinare, bisogno di aiuto e consumo reale del pasto in ospedale. La frase “mangia poco” deve essere trasformata in dato clinico: da quanto tempo, quanto rispetto al solito, quali alimenti, con quali sintomi e con quali ostacoli pratici. Una riduzione dell’introito inferiore ai bisogni per più giorni può essere già rilevante in un paziente acuto; una riduzione cronica anche moderata può produrre perdita funzionale progressiva.

L’esame obiettivo inizia dall’aspetto generale, ma non deve fermarsi all’impressione visiva. Occorre valutare volto, tempie, regione orbitale, clavicole, spalle, scapole, coste, braccia, mani, cosce, polpacci e prominenze ossee. La perdita di grasso sottocutaneo si osserva in orbite, guance, tricipite e regione costale. La perdita muscolare si riconosce in tempie scavate, clavicole prominenti, deltoidi ridotti, depressione interossea, cosce assottigliate e polpacci ridotti. Questi segni devono essere interpretati considerando età, costituzione, attività fisica precedente, edema e durata della malattia.

L’edema è un segno cruciale perché può mascherare la malnutrizione. Un paziente edematoso può mantenere o aumentare il peso pur perdendo massa muscolare e grasso. Ascite, edema declive, anasarca, scompenso cardiaco, cirrosi, nefropatia, ipoalbuminemia da infiammazione e terapia infusionale rendono il peso poco affidabile. In questi casi la visita deve separare il compartimento idrico dai tessuti nutrizionali. Il peso non corretto per fluidi può generare falsa rassicurazione o prescrizioni energetiche inappropriate.

La cavità orale, la masticazione e la deglutizione devono essere valutate sistematicamente. Edentulia, protesi dolorose, candidosi, mucosite, xerostomia, ulcere, dolore, esiti chirurgici, disfagia neurologica, tosse durante i pasti, voce umida, residui orali e infezioni respiratorie ricorrenti sono elementi clinici che spiegano ridotto introito e rischio di aspirazione. Una dieta normale prescritta a un paziente disfagico può essere inefficace o pericolosa; una dieta frullata non arricchita può essere sicura ma troppo povera di energia e proteine. La sicurezza della deglutizione e la densità nutrizionale devono essere valutate insieme.

I segni di carenza micronutrizionale sono variabili e spesso aspecifici. Pallore, glossite, cheilite, stomatite, neuropatia, parestesie, ecchimosi, fragilità cutanea, ritardo di cicatrizzazione, alopecia, unghie fragili, crampi, dolore osseo, disturbi visivi o alterazioni cognitive possono suggerire deficit, ma richiedono conferma clinica e laboratoristica. L’errore è attribuire ogni segno alla malnutrizione senza considerare farmaci, epatopatia, nefropatia, endocrinopatie, dermatopatie, anemia da malattia cronica e infiammazione.

La valutazione funzionale chiude la visita. Forza di presa, capacità di alzarsi dalla sedia, cammino, equilibrio, autonomia nel vestirsi, lavarsi, alimentarsi e partecipare alla riabilitazione sono indicatori essenziali. La perdita di funzione può precedere o superare la perdita di peso come segnale prognostico. Il paziente malnutrito non è soltanto un paziente che pesa meno: è un paziente con minore riserva biologica, minore forza e minore capacità di resistere allo stress clinico.

Accertamenti e diagnosi della malnutrizione

La diagnosi di malnutrizione deve seguire un percorso ordinato. Il primo passaggio è lo screening del rischio nutrizionale con strumenti validati per il setting. Il secondo è la valutazione nutrizionale completa, che integra storia ponderale, introito, sintomi, esame obiettivo, antropometria, massa muscolare, funzione, infiammazione, laboratorio e malattia di base. Il terzo è l’applicazione di criteri diagnostici condivisi quando disponibili. Il quarto è la definizione della gravità e dell’eziologia. Solo questa sequenza evita due errori frequenti: diagnosticare malnutrizione sulla base di un dato isolato oppure non riconoscerla perché il peso o l’indice di massa corporea sembrano accettabili.

Secondo il consenso Global Leadership Initiative on Malnutrition (GLIM), la diagnosi di malnutrizione nell’adulto richiede uno screening positivo seguito dalla presenza di almeno un criterio fenotipico e almeno un criterio eziologico. I criteri fenotipici descrivono come la malnutrizione si manifesta nel corpo; i criteri eziologici spiegano perché si è sviluppata. Questa architettura è clinicamente importante perché collega il danno corporeo alla causa e impedisce di ridurre la diagnosi a un semplice valore numerico.

La struttura dei criteri GLIM può essere riportata in forma schematica perché rappresenta il nucleo diagnostico internazionale oggi più utilizzato:

  • Criteri fenotipici: perdita di peso non intenzionale, basso indice di massa corporea o riduzione della massa muscolare.
  • Criteri eziologici: ridotto introito o ridotta assimilazione dei nutrienti, oppure infiammazione o burden di malattia.
  • Diagnosi: presenza di almeno un criterio fenotipico e almeno un criterio eziologico dopo screening nutrizionale positivo.
  • Gravità: definizione di malnutrizione moderata o severa sulla base dell’entità dei criteri fenotipici, soprattutto perdita di peso, indice di massa corporea e massa muscolare.

La perdita di peso deve essere interpretata in modo temporale. Un calo rapido ha maggiore significato clinico rispetto a un calo lento, soprattutto se involontario e associato a ridotto introito o infiammazione. Il basso indice di massa corporea è un indicatore utile, ma i valori soglia devono essere letti considerando età, etnia, edema, ascite e composizione corporea. La riduzione della massa muscolare può essere documentata con bioimpedenziometria, dual-energy X-ray absorptiometry (DXA, assorbimetria a raggi X a doppia energia), tomografia computerizzata, ecografia muscolare, circonferenze o valutazione clinica strutturata quando le metodiche strumentali non sono disponibili.

La valutazione dell’introito deve stimare quantità, durata e cause della riduzione alimentare. Non basta sapere che il paziente mangia meno: bisogna sapere se assume meno della metà del fabbisogno, se la riduzione dura da giorni, settimane o mesi, se riguarda liquidi, proteine o tutti i nutrienti, e se dipende da sintomi, ostacoli meccanici, contesto sociale o scelte dietetiche. La ridotta assimilazione deve essere sospettata in presenza di diarrea cronica, steatorrea, resezioni intestinali, insufficienza pancreatica, celiachia, malattia infiammatoria intestinale, stomie ad alta portata, fistole o deficit multipli.

L’infiammazione e il burden di malattia devono essere valutati attraverso diagnosi clinica, andamento, proteina C-reattiva, febbre, infezione, neoplasia, insufficienza d’organo, trauma, chirurgia o malattia cronica attiva. Non è necessario che l’infiammazione sia misurata da un solo parametro, ma deve essere riconosciuta come determinante metabolico. La presenza di infiammazione cambia la prognosi e la risposta alla terapia: un paziente con malnutrizione infiammatoria richiede trattamento nutrizionale, ma anche controllo della malattia di base e del catabolismo.

Il consensus Academy of Nutrition and Dietetics e American Society for Parenteral and Enteral Nutrition propone un approccio basato su caratteristiche cliniche documentabili, tra cui insufficiente introito energetico, perdita di peso, perdita di massa muscolare, perdita di grasso sottocutaneo, accumulo di fluidi che può mascherare la perdita di peso e ridotta forza di presa. Questo modello è utile perché rafforza l’idea che la diagnosi sia multidimensionale. La presenza di più caratteristiche aumenta la probabilità diagnostica, mentre la discordanza tra dati richiede rivalutazione e cautela.

Gli esami di laboratorio servono a definire contesto, gravità, complicanze e cause, ma non sostituiscono i criteri clinici. Emocromo, elettroliti, creatinina, azotemia, funzionalità epatica, glicemia, proteina C-reattiva, ferro, ferritina, transferrina o saturazione della transferrina, vitamina B12, folati, vitamina D, calcio, fosforo, magnesio, zinco, rame, selenio e altri micronutrienti possono essere indicati in base al quadro clinico. Albumina e prealbumina non devono essere usate come marcatori diagnostici isolati di malnutrizione, perché sono fortemente influenzate da infiammazione, funzione epatica, perdite, idratazione e gravità di malattia. Valori bassi hanno valore prognostico e contestuale, non valore diagnostico diretto.

La diagnosi differenziale include cachessia, sarcopenia primaria, sarcopenia secondaria, disidratazione, ipertiroidismo, diabete scompensato, insufficienza surrenalica, malassorbimento, neoplasie occulte, infezioni croniche, depressione, disturbi del comportamento alimentare, abuso di alcol, demenza, tossicità farmacologica e condizioni sociali. La diagnosi nutrizionale non deve sostituire la ricerca della causa. Un calo ponderale involontario non spiegato richiede sempre valutazione clinica proporzionata, perché la malnutrizione può essere conseguenza e segnale di una patologia sottostante non ancora riconosciuta.

Trattamento nutrizionale e gestione clinica progressiva

Il trattamento della malnutrizione deve essere progressivo, personalizzato e causale. Non consiste nel “dare più calorie” in modo indifferenziato, ma nel correggere le ragioni per cui il paziente non assume, non assorbe, perde o consuma eccessivamente nutrienti. La prima decisione è stabilire se il paziente può alimentarsi per bocca in modo sicuro ed efficace. Se può farlo, si parte da counselling nutrizionale, adattamento della dieta, arricchimento energetico-proteico, aumento della densità nutrizionale, frazionamento dei pasti, correzione dei sintomi e supporto durante l’alimentazione. Se l’alimentazione orale non copre i bisogni, si considerano supplementi nutrizionali orali, nutrizione enterale o nutrizione parenterale in base a funzione gastrointestinale, durata prevista e rischio clinico.

La correzione delle cause è il primo livello terapeutico. Bisogna trattare nausea, vomito, dolore, stipsi, diarrea, mucosite, xerostomia, depressione, delirium, disfagia, problemi odontoiatrici, dispnea, infezioni, infiammazione, effetti collaterali farmacologici e ostacoli assistenziali. Un paziente che non mangia per disfagia non migliora con una dieta libera; un paziente che vomita non tollera un semplice aumento delle porzioni; un paziente con protesi dolorosa evita cibi proteici solidi; un paziente con depressione o demenza richiede supporto ambientale e caregiver. La terapia nutrizionale efficace nasce dalla rimozione dell’ostacolo reale.

La dieta orale deve essere adattata a preferenze, cultura, sintomi e capacità funzionale. Nei pazienti con scarso appetito sono utili pasti piccoli e frequenti, alimenti ad alta densità energetica e proteica, arricchimento con olio, latte in polvere, formaggi, uova, creme, proteine modulari quando appropriate, e riduzione di restrizioni non indispensabili. In ospedale e nelle strutture residenziali la dieta deve essere realmente consumabile: consistenza, temperatura, orari, presentazione, aiuto al pasto e ambiente contano quanto la prescrizione. La liberalizzazione di diete restrittive può essere necessaria quando la priorità clinica è evitare ulteriore perdita nutrizionale.

I supplementi nutrizionali orali sono indicati quando il solo cibo non copre i bisogni, ma il tratto gastrointestinale è funzionante e la deglutizione è sicura. Devono essere scelti in base a obiettivo, densità energetica, contenuto proteico, fibre, osmolarità, tolleranza, gusto, diabete, insufficienza renale, malassorbimento e aderenza. La loro efficacia dipende dal consumo reale: prescrivere un supplemento che il paziente non assume non modifica la prognosi. È quindi necessario monitorare quantità assunta, orario, effetti gastrointestinali e interferenza con i pasti principali.

La nutrizione enterale è preferibile quando l’alimentazione orale è insufficiente o impossibile ma il tratto gastrointestinale è utilizzabile. Può essere somministrata tramite sondino nasogastrico, nasodigiunale, gastrostomia o digiunostomia, a seconda di durata prevista, rischio di aspirazione, anatomia, motilità e obiettivi. È indicata in disfagia neurologica, neoplasie testa-collo, malattie neurologiche, incapacità di alimentarsi, insufficiente introito persistente e alcune condizioni postchirurgiche. Richiede monitoraggio di tolleranza, diarrea, stipsi, vomito, distensione, idratazione, elettroliti, glicemia, posizione del dispositivo e complicanze meccaniche.

La nutrizione parenterale è indicata quando il tratto gastrointestinale non è utilizzabile, non è sufficiente o è controindicato, come in ileo prolungato, occlusione, ischemia intestinale, fistole ad alta portata non controllabili, grave insufficienza intestinale, malassorbimento severo o impossibilità di raggiungere i bisogni per via enterale. È una terapia potente ma complessa, con rischi infettivi, metabolici, epatici e legati al catetere. Deve essere prescritta con obiettivi chiari, monitoraggio stretto e rivalutazione della possibilità di tornare alla via enterale o orale appena possibile.

La prevenzione della sindrome da rialimentazione è obbligatoria nei pazienti ad alto rischio. Prima di aumentare rapidamente l’apporto bisogna correggere o monitorare fosforo, potassio, magnesio, glicemia, equilibrio idrico e tiamina. La progressione energetica deve essere graduale nei pazienti gravemente denutriti, con introito minimo prolungato, alcolismo, disturbi del comportamento alimentare, rapido calo ponderale, basso indice di massa corporea o deficit elettrolitici. La rialimentazione non controllata può provocare ipofosfatemia, aritmie, insufficienza respiratoria, scompenso cardiaco, delirium, ritenzione idrica e morte.

La terapia della malnutrizione deve includere proteine, micronutrienti e attività fisica quando possibile. L’energia da sola non ricostruisce muscolo se l’apporto proteico è insufficiente, se il paziente resta immobile o se l’infiammazione non viene controllata. Mobilizzazione precoce, fisioterapia, esercizio resistivo adattato, trattamento del dolore e recupero funzionale sono componenti essenziali. In molti pazienti la meta non è semplicemente aumentare peso, ma recuperare forza, autonomia, tolleranza ai trattamenti e qualità di vita.

Complicanze della malnutrizione

Le complicanze della malnutrizione derivano dalla perdita di riserve energetiche, massa muscolare, competenza immunitaria, integrità tissutale, micronutrienti e capacità di adattamento allo stress. Le più frequenti sono perdita di forza, sarcopenia, cadute, infezioni, ritardo di cicatrizzazione, lesioni da pressione, maggiore tossicità dei trattamenti, degenza prolungata, riammissioni, peggioramento della qualità di vita e mortalità aumentata. Il meccanismo comune è la riduzione della riserva biologica: il paziente malnutrito tollera peggio qualsiasi evento acuto.

La perdita muscolare è una delle complicanze più rilevanti. Interessa muscoli periferici, muscoli respiratori e muscoli posturali. La riduzione della forza favorisce allettamento, cadute, fratture, perdita dell’autonomia, disfagia, tosse inefficace e difficoltà di svezzamento ventilatorio. Nei pazienti anziani può accelerare il passaggio da indipendenza a dipendenza; nei pazienti chirurgici aumenta il rischio di complicanze; nei pazienti oncologici può ridurre tolleranza a chemioterapia, radioterapia e interventi. La perdita muscolare è quindi una complicanza anatomica, metabolica e funzionale insieme.

Le infezioni aumentano perché la malnutrizione compromette barriere cutanee e mucose, immunità innata, immunità adattativa, sintesi di immunoglobuline, funzione linfocitaria, fagocitosi e risposta allo stress ossidativo. Il paziente malnutrito è più esposto a polmoniti, infezioni urinarie, infezioni della ferita chirurgica, sepsi e infezioni da catetere. L’infezione, a sua volta, aumenta infiammazione, anoressia e catabolismo, aggravando la malnutrizione. Si crea così un circolo vizioso tra deficit nutrizionale e risposta infettiva.

Il ritardo di cicatrizzazione e le lesioni da pressione sono complicanze tipiche. La riparazione tissutale richiede energia, aminoacidi, vitamina C, zinco, rame, ferro, ossigenazione, perfusione e controllo dell’infezione. La malnutrizione riduce proliferazione cellulare, sintesi di collagene, angiogenesi e rimodellamento. Le lesioni da pressione dipendono anche da immobilità, pressione, umidità, perfusione, incontinenza, diabete e assistenza, ma la malnutrizione ne aumenta il rischio e ne rallenta la guarigione.

Le complicanze metaboliche includono ipoglicemia nel digiuno prolungato, iperglicemia da stress o da nutrizione eccessiva, alterazioni elettrolitiche, deficit di fosforo, potassio e magnesio, carenze vitaminiche, disidratazione, sovraccarico idrico durante rialimentazione e steatosi epatica da overfeeding. La sindrome da rialimentazione è la complicanza metabolica più specifica del trattamento: nasce quando un paziente depleto riceve rapidamente carboidrati ed energia, con aumento dell’insulina e spostamento intracellulare di elettroliti. Il rischio maggiore è nei pazienti con denutrizione severa, alcolismo, digiuno prolungato o disturbi del comportamento alimentare.

Le complicanze cardiovascolari derivano da perdita di massa muscolare cardiaca nelle forme severe, squilibri elettrolitici, anemia, ipovolemia, deficit di tiamina, ipofosfatemia e sovraccarico idrico durante rialimentazione. Possono comparire ipotensione, tachicardia, aritmie, scompenso cardiaco e ridotta tolleranza allo sforzo. Le complicanze respiratorie derivano da debolezza dei muscoli respiratori, tosse inefficace, ridotta clearance delle secrezioni, infezioni e difficoltà di svezzamento dalla ventilazione meccanica.

Le complicanze neurologiche e cognitive comprendono fatigue, apatia, irritabilità, depressione, delirium, neuropatie da carenze vitaminiche, encefalopatia di Wernicke da deficit di tiamina, deficit cognitivi e peggioramento della partecipazione alla riabilitazione. Nei pazienti anziani la malnutrizione si associa spesso a fragilità, isolamento e declino cognitivo, con rapporto bidirezionale: la compromissione cognitiva riduce l’introito, mentre la malnutrizione peggiora attenzione, forza e autonomia.

Le complicanze farmacologiche sono spesso sottovalutate. La perdita di massa magra, la riduzione di albumina come marker di malattia, la variazione dell’acqua corporea, l’insufficienza d’organo e l’infiammazione possono modificare farmacocinetica e farmacodinamica. Nei pazienti oncologici la bassa massa muscolare è associata a maggiore tossicità di alcuni trattamenti perché il dosaggio basato sulla superficie corporea non riflette sempre il compartimento metabolicamente attivo. Nei pazienti anziani malnutriti aumenta il rischio di effetti avversi, sedazione, cadute e interazioni.

Prognosi, follow-up e continuità assistenziale

La prognosi della malnutrizione dipende da causa, gravità, durata, infiammazione, perdita muscolare, età, comorbilità, funzione fisica, possibilità di alimentazione sicura e tempestività dell’intervento. Le forme da ridotto introito senza infiammazione importante possono migliorare sensibilmente quando si correggono apporto, contesto sociale e ostacoli pratici. Le forme correlate a malattia infiammatoria, cachessia o insufficienza d’organo hanno prognosi più complessa perché il recupero nutrizionale dipende anche dal controllo della patologia sottostante. La malnutrizione severa, soprattutto se associata a sarcopenia e perdita funzionale, è un marker prognostico sfavorevole.

La risposta al trattamento deve essere valutata con indicatori multipli. Il peso è utile, ma deve essere interpretato insieme a edema, idratazione, ascite, introito reale, forza, autonomia, composizione corporea, tolleranza, laboratorio e obiettivi clinici. Un aumento rapido di peso può essere solo ritenzione idrica; una stabilizzazione del peso può essere un successo nelle fasi iniziali; un recupero funzionale può precedere un recupero ponderale significativo. La prognosi migliora quando il paziente non solo assume più nutrienti, ma recupera capacità di muoversi, alimentarsi e partecipare alla cura.

Il follow-up deve essere proporzionato al rischio. Nei pazienti ospedalizzati ad alto rischio servono controlli ravvicinati di introito, peso, bilancio idrico, glicemia, elettroliti e tolleranza. Nei pazienti in nutrizione enterale o parenterale servono protocolli strutturati per accessi, complicanze, metabolismo, funzione epatica, funzione renale, idratazione e obiettivi. Nei pazienti ambulatoriali o residenziali servono rivalutazioni periodiche di peso, appetito, forza, autonomia, sintomi, aderenza ai supplementi e supporto sociale. La mancata rivalutazione trasforma la terapia nutrizionale in una prescrizione statica, mentre la malnutrizione è una condizione dinamica.

La dimissione è un momento critico. Il paziente che lascia l’ospedale dopo un episodio acuto può avere ancora scarso appetito, debolezza, disfagia, dolore, nuove terapie, difficoltà a fare la spesa o bisogno di caregiver. Senza un piano scritto, il miglioramento ottenuto in reparto può perdersi rapidamente. La documentazione deve includere diagnosi nutrizionale, peso recente, andamento dell’introito, consistenza degli alimenti, supplementi prescritti, eventuale nutrizione artificiale, rischio di rialimentazione, controlli laboratoristici, obiettivi e tempi di rivalutazione.

La continuità assistenziale richiede un approccio multidisciplinare. Medico, dietista, infermiere, logopedista, fisioterapista, farmacista, psicologo, assistente sociale, caregiver e medico di medicina generale possono essere necessari in momenti diversi. La nutrizione clinica non può essere efficace se separata da deglutizione, mobilizzazione, gestione del dolore, revisione farmacologica, assistenza ai pasti e condizioni sociali. Il recupero nutrizionale è un percorso biologico e organizzativo insieme.

Nelle malattie avanzate o nelle cure palliative la prognosi e gli obiettivi cambiano. La nutrizione deve essere proporzionata, condivisa e orientata a comfort, sintomi, desideri del paziente e qualità di vita. In alcune situazioni l’obiettivo è recuperare funzione; in altre è evitare fame, sete, distress, nausea o procedure invasive non utili. La malnutrizione resta clinicamente rilevante, ma il trattamento deve essere coerente con fase di malattia, aspettativa prognostica e valori del paziente.

Il messaggio conclusivo è che la malnutrizione non è un dato accessorio della cartella clinica. È una sindrome che modifica la storia naturale delle malattie, condiziona la risposta ai trattamenti e rappresenta un bersaglio terapeutico. Riconoscerla precocemente, definirne l’eziologia, trattarla in modo progressivo e monitorarne gli effetti significa ridurre complicanze e preservare funzione, autonomia e dignità clinica del paziente.

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