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Sistema enteroendocrino
organizzazione e fisiologia

Il sistema enteroendocrino rappresenta la componente endocrina diffusa dell’epitelio gastrointestinale. Non costituisce una ghiandola delimitata in senso anatomico, ma una rete di cellule specializzate disperse dalla mucosa gastrica fino al colon e al retto, in grado di riconoscere nutrienti, prodotti della digestione, metaboliti batterici, segnali meccanici e mediatori nervosi, traducendo queste informazioni in una risposta secretoria locale e sistemica. Pur costituendo meno dell’1% delle cellule epiteliali intestinali, queste cellule hanno un impatto fisiologico enorme perché regolano appetito, sazietà, secrezioni digestive, svuotamento gastrico, motilità, assorbimento, omeostasi glicemica, trofismo mucosale e dialogo intestino-cervello.

La rilevanza del sistema enteroendocrino deriva dal fatto che l’intestino non è soltanto un organo assorbitivo, ma uno dei principali organi sensoriali dell’organismo. In questo contesto le cellule enteroendocrine agiscono come veri trasduttori epiteliali: sono esposte al contenuto luminale, integrano segnali provenienti dal compartimento basolaterale, dall’innervazione enterica e dalla microcircolazione e liberano ormoni, amine e peptidi che coordinano la risposta digestiva del tratto gastrointestinale e la risposta metabolica dell’intero organismo. La visione moderna ha inoltre superato il vecchio modello rigido della classificazione a lettere, mostrando una notevole eterogeneità funzionale, ampia coespressione ormonale e una plasticità fenotipica che varia lungo l’asse cripta-villo e lungo i diversi segmenti del tubo digerente.

Inquadramento generale del sistema enteroendocrino

Per comprendere il sistema enteroendocrino bisogna partire da un principio essenziale: l’epitelio intestinale non è un semplice rivestimento assorbente, ma una superficie altamente specializzata che deve selezionare il contenuto nutrizionale, discriminare sostanze potenzialmente dannose, coordinare i tempi digestivi e informare in tempo reale il sistema nervoso e gli organi metabolici periferici su ciò che sta entrando nell’organismo. Le cellule enteroendocrine costituiscono il braccio endocrine di questa funzione di sorveglianza. Il loro compito non è produrre in modo continuo un segnale tonico, ma generare una risposta contestuale, rapida e modulabile, adeguata alla qualità, quantità e sede del contenuto intestinale.

Storicamente queste cellule erano considerate entità isolate, classificate in sottotipi relativamente rigidi come cellule G, D, I, K, L, S, N o enterochromaffin. Questa classificazione mantiene un’utilità didattica perché collega alcune cellule al loro ormone dominante, ma descrive in modo incompleto la realtà biologica. Le tecniche moderne di immunoistochimica multipla, trascrittomica a singola cellula e modelli organoidi hanno dimostrato che molte cellule enteroendocrine esprimono più di un ormone e che il profilo secretorio cambia con la maturazione, con la localizzazione anatomica e con il contesto di stimolazione. Di conseguenza il sistema enteroendocrino va interpretato come una rete continua di fenotipi secretori più che come una somma di caselle separate.

Dal punto di vista quantitativo il sistema è rarefatto ma diffusissimo. Le cellule enteroendocrine sono sparse nell’epitelio gastrico, nel tenue e nel colon, con gradienti regionali che riflettono la fisiologia di ciascun tratto. Nello stomaco prevalgono cellule implicate nella regolazione della secrezione acida, della motilità antrale e del segnale di fame. Nel duodeno e nel digiuno sono più rappresentate cellule deputate a sincronizzare il rilascio di bile ed enzimi pancreatici, la neutralizzazione dell’acidità gastrica e la risposta incretinica precoce. Nell’ileo e nel colon diventano più rilevanti popolazioni che rispondono ai nutrienti residui e ai metaboliti del microbiota, con effetti su sazietà, transito, metabolismo glucidico, integrità della barriera e adattamento della funzione assorbitiva.

Questa distribuzione fa sì che il sistema enteroendocrino non venga mai attivato in blocco in modo uniforme. Ogni pasto genera piuttosto una sequenza di eventi segmentari: il contenuto gastrico attiva alcuni circuiti, il passaggio duodenale ne attiva altri, la progressione verso l’intestino distale modifica ulteriormente il profilo ormonale. La fisiologia enteroendocrina è quindi intrinsecamente spazio-temporale. Non conta solo quale nutriente è ingerito, ma anche quando arriva in un certo segmento, con quale velocità, in quale concentrazione, dopo quale grado di digestione e in quale ambiente fisico-chimico.

Architettura istologica

Sul piano istologico le cellule enteroendocrine appartengono all’epitelio mucosale e condividono con gli altri elementi epiteliali il continuo rinnovamento a partire dalle cellule staminali delle cripte. La loro rarità rende difficile riconoscerle nei preparati convenzionali senza colorazioni specifiche, ma ultrastrutturalmente si caratterizzano per la presenza di granuli secretori a core denso, apparato biosintetico sviluppato e specializzazione polare della membrana. Molte cellule presentano un processo apicale sottile che raggiunge il lume e permette il campionamento diretto del contenuto intestinale, mentre il polo basolaterale è sede privilegiata della secrezione verso lamina propria, capillari, fibre nervose e cellule immunitarie.

Questa polarità è fondamentale. Il versante apicale consente la funzione sensoriale, cioè il riconoscimento di glucosio, aminoacidi, lipidi, acidi biliari, protoni, osmolarità, composti aromatici e altri segnali luminali. Il versante basolaterale permette invece la funzione effettoriale, perché è verso il compartimento subepiteliale che vengono rilasciati i mediatori capaci di raggiungere terminazioni nervose enteriche e vagali, cellule vicine, vasi sanguigni e linfatici. Alcune cellule sono di tipo “open”, cioè con contatto diretto col lume, altre sono di tipo “closed”, più dipendenti da segnali paracrini o neurali che dall’esposizione luminale diretta. Questa distinzione non è una semplice curiosità morfologica, perché riflette modalità diverse di integrazione funzionale.

La topografia lungo il tubo digerente segue la logica della funzione regionale. Nello stomaco si incontrano cellule secernenti ghrelina nel fondo e cellule regolatrici della secrezione acida e dell’asse gastrina-somatostatina soprattutto nella regione antrale e pilorica. Nel duodeno e nel digiuno prossimale sono ben rappresentate cellule che rilasciano CCK, secretina e GIP, coerentemente con il ruolo di questi tratti nella ricezione del chimo acido, nell’attivazione della secrezione pancreatico-biliare e nell’avvio della risposta insulinotropica postprandiale. Nell’ileo e nel colon aumenta il peso relativo di cellule che producono GLP-1, PYY, neurotensina e altri peptidi coinvolti nella modulazione della sazietà, del transito e dell’omeostasi metabolica. Le cellule enterochromaffin produttrici di serotonina sono diffuse in vari segmenti e hanno un ruolo particolarmente rilevante nella motilità, nella sensibilità viscerale e nella trasmissione neuroepiteliale.

Anche lungo l’asse cripta-villo esistono differenze importanti. Le cellule enteroendocrine non mantengono necessariamente lo stesso repertorio ormonale dal momento in cui emergono nella cripta fino a quando migrano verso il villo. Studi recenti hanno mostrato che la maturazione lungo questo gradiente modifica l’espressione di più geni ormonali e recettoriali, suggerendo che la posizione fisica della cellula nell’epitelio contribuisca in modo diretto alla sua identità funzionale. Questo significa che l’organizzazione del sistema enteroendocrino non è soltanto segmentaria, ma anche microtopografica, perché cellule apparentemente appartenenti alla stessa linea possono avere profili diversi se situate in profondità criptale o più superficialmente sul villo.

Origine, differenziamento e plasticità

Le cellule enteroendocrine derivano da progenitori epiteliali intestinali e non da una singola origine neuroectodermica comune. La loro generazione dipende dal programma di differenziamento delle cellule staminali intestinali nelle cripte, che a sua volta è controllato da reti di segnali come Notch, Wnt, BMP e da un insieme di fattori di trascrizione dedicati. In questo processo NEUROG3 occupa una posizione centrale come regolatore dell’impegno endocrino. Quando i progenitori imboccano la via enteroendocrina, entrano in gioco ulteriori fattori come NeuroD1, Rfx6, Pax4, Pax6, Nkx2.2, Insm1 e altri regolatori che orientano la maturazione verso specifici fenotipi secretori o gruppi di fenotipi correlati.

La fisiologia moderna ha chiarito che questo percorso non produce cellule rigidamente predeterminate una volta per tutte. Al contrario, la maturazione enteroendocrina resta in parte plastica. La migrazione dall’ambiente criptale verso il compartimento villoso espone la cellula a gradienti morfogenetici differenti, in particolare di segnalazione BMP, che possono rimodellarne il repertorio ormonale. In altri termini, una cellula non è definita soltanto dal proprio programma di origine, ma anche dal microambiente che attraversa nel corso della sua breve vita epiteliale. Questo concetto spiega perché la vecchia idea “una cellula, un ormone” sia ormai insufficiente.

La plasticità ha anche un significato adattativo. L’intestino deve reagire a diete diverse, assetti microbici differenti, stati nutrizionali contrastanti, infiammazione, resezioni chirurgiche, variazioni del flusso biliare e disturbi dell’assorbimento. Un sistema enteroendocrino eccessivamente rigido sarebbe poco adatto a un organo che cambia continuamente il contenuto che ospita. La capacità di modulare densità cellulare, repertorio recettoriale, intensità secretoria e profilo ormonale conferisce invece una flessibilità biologica cruciale. Proprio per questo molte malattie intestinali o metaboliche non alterano soltanto la quantità di ormoni circolanti, ma anche la composizione locale del compartimento enteroendocrino e i programmi di differenziamento che lo generano.

La breve emivita cellulare del rivestimento intestinale rende il sistema enteroendocrino particolarmente dinamico. La maggior parte delle cellule intestinali viene rinnovata nell’arco di pochi giorni, e le cellule endocrine partecipano a questo turnover pur mantenendo una specializzazione altamente raffinata. Ciò implica che la fisiologia enteroendocrina dipende continuamente dall’equilibrio tra nascita, maturazione, migrazione e perdita cellulare. In questo senso il sistema enteroendocrino è una rete rigenerativa, nella quale la funzione dipende dal mantenimento costante di programmi differenziativi corretti e dalla stabilità del dialogo tra staminale, epitelio maturo, microbiota, immunità mucosale e sistema nervoso enterico.

Chemiosensing luminale e meccanismi di trasduzione secretoria

La funzione più caratteristica del sistema enteroendocrino è il chemiosensing, cioè la capacità di trasformare il contenuto chimico del lume in un evento secretorio. Questo processo non è affidato a un solo recettore, ma a un vasto repertorio di sensori comprendente trasportatori di nutrienti, recettori accoppiati a proteine G, canali ionici, recettori sensibili agli acidi biliari, recettori per metaboliti microbici e sensori per composti gustativi. La cellula enteroendocrina è quindi una piattaforma di integrazione, non un recettore monofunzionale.

Per il glucosio e per alcuni carboidrati semplici uno dei meccanismi più importanti coinvolge il cotrasportatore sodio-glucosio SGLT1, che associa l’ingresso del nutriente a depolarizzazione di membrana e aumento del calcio intracellulare, favorendo l’esocitosi dei granuli. In parallelo possono contribuire trasportatori facilitati, vie metaboliche intracellulari e, in alcune condizioni, recettori gustativi dolci. Per gli aminoacidi intervengono recettori e trasportatori differenti, sensibili sia alla presenza del singolo substrato sia alle sue conseguenze elettrofisiologiche e metaboliche. Per i lipidi la situazione è ancora più complessa, perché contano il grado di digestione, la lunghezza della catena, la formazione di micelle, l’interazione con acidi biliari e l’attivazione di recettori lipidici specifici.

Il riconoscimento degli acidi biliari è particolarmente rilevante nell’intestino distale, dove recettori come GPBAR1 contribuiscono alla secrezione di GLP-1 e PYY e al collegamento tra flusso biliare, assorbimento lipidico e risposta metabolica. Anche i metaboliti del microbiota, in particolare acidi grassi a corta catena, indoli e derivati della trasformazione batterica degli acidi biliari, possono attivare direttamente recettori espressi dalle cellule enteroendocrine. In questo modo il sistema enteroendocrino non rileva solo ciò che l’ospite ingerisce, ma anche ciò che la comunità microbica produce a partire da ciò che l’ospite non ha ancora assorbito.

Qualunque sia lo stimolo iniziale, i percorsi intracellulari tendono a convergere su un numero limitato di meccanismi effettori: aumento del calcio citosolico, variazioni di cAMP, attivazione di fosfolipasi, modulazione di canali ionici, depolarizzazione di membrana e attivazione dell’apparato esocitotico. La secrezione non è però una risposta binaria. La stessa cellula può mostrare profili diversi in relazione alla sede di stimolo, alla durata dell’esposizione, alla presenza di segnali permissivi neurali o paracrini e alla maturazione del proprio repertorio recettoriale. Ne risulta una fisiologia secretoria graduata e combinatoria, nella quale il tipo di mediatore rilasciato, la sua quantità e la sua destinazione dipendono dall’insieme del contesto e non dal semplice contatto con un nutriente isolato.

Ormoni enteroendocrini e organizzazione funzionale regionale

La biologia del sistema enteroendocrino può essere letta attraverso i suoi principali mediatori, ma senza ridurre ogni ormone a una cellula esclusiva. Nello stomaco la ghrelina segnala prevalentemente la fase di digiuno e partecipa alla regolazione della fame, dell’assunzione di cibo, della motilità gastrica e di aspetti neuroendocrini più ampi. Nell’antro la gastrina stimola la secrezione acida e il trofismo della mucosa gastrica, mentre la somatostatina esercita un controllo frenante su gastrina, acidità e varie secrezioni digestive. Già in questo primo tratto del tubo digerente emerge un principio generale: il sistema enteroendocrino non accelera soltanto la digestione, ma ne regola anche i freni fisiologici.

Nel duodeno e nel digiuno prossimale la secrezione di CCK e secretina collega l’arrivo del chimo alla sincronizzazione della fase intestinale della digestione. La CCK favorisce contrazione della colecisti, secrezione enzimatica pancreatica, rallentamento dello svuotamento gastrico e comparsa precoce della sazietà. La secretina contribuisce alla neutralizzazione del carico acido attraverso il bicarbonato pancreatico e biliare e coopera a proteggere l’epitelio duodenale. In questa stessa regione il GIP svolge un ruolo centrale nella risposta incretinica, amplificando la secrezione insulinica in presenza di glucosio e partecipando alla regolazione del metabolismo postprandiale.

Procedendo verso ileo e colon, acquistano crescente importanza GLP-1, PYY e neurotensina. Il GLP-1 integra digestione e metabolismo: potenzia la secrezione insulinica glucosio-dipendente, riduce la secrezione di glucagone in contesti appropriati, rallenta lo svuotamento gastrico e partecipa al segnale di sazietà attraverso circuiti periferici e centrali. Il PYY contribuisce al cosiddetto freno ileale, riducendo motilità e progressione del contenuto quando nutrienti non assorbiti raggiungono i segmenti distali. La neurotensina interviene nella regolazione del flusso ematico splancnico, della motilità e di alcune risposte al carico lipidico. La serotonina, prodotta soprattutto dalle cellule enterochromaffin, merita una posizione a parte perché modula peristalsi, secrezione, vasodilatazione locale, nausea, sensibilità viscerale e dialogo con il sistema nervoso enterico.

L’idea di una semplice “mappa ormonale” resta tuttavia incompleta. Gli studi più recenti mostrano ampia coespressione tra peptidi considerati classici di linee diverse, specialmente nel continuum CCK-secretina-GIP-GLP-1-PYY-neurotensina. Perciò la fisiologia regionale non dipende soltanto dalla presenza di un’etichetta cellulare, ma da una combinazione di predominanza ormonale, coespressione, maturazione locale, tipo di stimolo e livello di rilascio. Questo spiega perché la stessa regione intestinale possa produrre risposte integrate su motilità, appetito, secrezioni digestive e controllo glicemico senza bisogno di ricorrere a popolazioni cellulari totalmente separate per ogni singola funzione.

Connessioni con altri sistemi

Una delle acquisizioni più importanti della fisiologia contemporanea è che le cellule enteroendocrine non comunicano soltanto attraverso il sangue. Esse stabiliscono un fitto dialogo con il sistema nervoso enterico e con le vie vagali afferenti, traducendo segnali luminali in informazioni neurali estremamente rapide. Alcune cellule presentano prolungamenti citoplasmatici specializzati, spesso indicati come neuropodi, capaci di entrare in stretta relazione con neuroni sensoriali. In questo modo l’intestino può trasmettere al sistema nervoso centrale informazioni sul contenuto luminale in tempi molto più rapidi rispetto alla sola via endocrina classica.

Questa organizzazione trasforma il sistema enteroendocrino in un’interfaccia neuroepiteliale. La funzione non consiste solo nel rilasciare ormoni circolanti che raggiungono il cervello o il pancreas con il sangue, ma anche nel generare segnali paracrini e neurocrini che influenzano immediatamente riflessi enterici, tono vagale, nausea, sazietà precoce, motilità segmentaria e pattern secretori gastrointestinali. La serotonina delle cellule enterochromaffin, per esempio, ha un ruolo essenziale nell’attivazione di circuiti sensoriali e motori; analogamente GLP-1, CCK e altri mediatori possono agire su terminazioni nervose prima ancora che come ormoni endocrini in senso stretto.

Il sistema enteroendocrino dialoga inoltre con la barriera mucosale. I peptidi rilasciati da queste cellule influenzano proliferazione delle cellule staminali, trasporto di nutrienti, secrezione di muco, regolazione della permeabilità epiteliale e adattamento assorbitivo. Non si tratta quindi di un sistema dedicato solo alla nutrizione, ma di un regolatore dell’omeostasi dell’intero compartimento mucosale. In condizioni fisiologiche questo aiuta l’intestino a calibrare digestione e protezione. In condizioni patologiche, invece, alterazioni del compartimento enteroendocrino possono contribuire a malassorbimento, dismotilità, ipersensibilità viscerale o disregolazione metabolica.

Il microbiota aggiunge un ulteriore livello di complessità. Gli acidi grassi a corta catena prodotti dalla fermentazione batterica, gli indoli derivati dal metabolismo del triptofano e gli acidi biliari secondari generati dalla trasformazione microbica sono tutti in grado di modulare il comportamento delle cellule enteroendocrine. Il lume intestinale non contiene dunque soltanto nutrienti ingeriti, ma anche segnali biotrasformati dal microbiota, che il sistema enteroendocrino interpreta come indicatori dello stato metabolico locale. In questo senso le cellule enteroendocrine sono i principali punti di contatto tra ecologia microbica e fisiologia dell’ospite, collegando fermentazione colica, sazietà, incretinismo, transito e omeostasi glicemica.

Ruolo fisiologico

La funzione complessiva del sistema enteroendocrino consiste nel coordinare ciò che accade nel tubo digerente con ciò che deve accadere nel resto dell’organismo dopo l’ingestione di cibo. Nella fase precoce del pasto le cellule gastriche e duodenali modulano acidità, motilità e secrezioni pancreatico-biliari, preparando il substrato alla digestione ottimale. Contemporaneamente le cellule del tenue superiore attivano la risposta incretinica, che anticipa il carico glicemico e predispone il pancreas a una secrezione insulinica più efficiente. Più distalmente, quando nutrienti o prodotti della digestione raggiungono ileo e colon, il sistema enteroendocrino attiva un insieme di freni fisiologici che rallentano lo svuotamento gastrico, riducono l’introito ulteriore e ottimizzano l’utilizzo periferico dell’energia.

In questa cornice il sistema enteroendocrino è essenziale per la sazietà. La sazietà non è il risultato di un singolo ormone, ma di una somma di segnali meccanici, neurali e ormonali. CCK, GLP-1, PYY e altri peptidi partecipano a questa risposta in tempi e sedi diverse, mentre la ghrelina svolge un ruolo opposto nel promuovere il comportamento alimentare nelle fasi di digiuno. Il risultato finale non è solo la cessazione del pasto in corso, ma l’organizzazione dell’intervallo tra un pasto e l’altro, la velocità di svuotamento gastrico, il desiderio di cibo e la risposta hedonicometabolica centrale.

L’impatto sul metabolismo glucidico è altrettanto importante. Le incretine intestinali, soprattutto GIP e GLP-1, spiegano perché il glucosio assunto per via orale induca una risposta insulinica maggiore rispetto alla stessa quantità somministrata per via endovenosa. Questo effetto incretinico non è un dettaglio accessorio, ma un principio fisiologico fondamentale che collega l’intestino al controllo glicemico. A esso si associano la modulazione del glucagone, l’influenza sullo svuotamento gastrico, il controllo dell’assorbimento e l’integrazione con i circuiti centrali della fame e del dispendio energetico. L’intestino, attraverso il suo sistema endocrino diffuso, partecipa quindi in modo diretto alla regolazione della glicemia postprandiale e del destino energetico dei nutrienti.

Infine il sistema enteroendocrino partecipa alla regolazione del trofismo gastrointestinale, del flusso ematico splancnico, del comportamento motorio e di alcuni aspetti della risposta immunitaria mucosale. È quindi corretto considerarlo non solo come una rete di cellule che “secernono ormoni”, ma come un sistema di governo fisiologico integrato, capace di adattare il tubo digerente al pasto e, allo stesso tempo, di adattare l’organismo intero alla disponibilità di nutrienti.

    Principali assi funzionali del sistema enteroendocrino

  • Asse digestivo: coordinamento di acidità gastrica, secrezione pancreatica, rilascio biliare e motilità.
  • Asse appetito-metabolismo: regolazione di fame, sazietà, incretinismo e omeostasi glicemica postprandiale.
  • Asse neuroepiteliale-microbico: trasduzione rapida dei segnali luminali verso sistema nervoso, barriera mucosale e microbiota.

Integrazione fisiologica

La fisiologia contemporanea del sistema enteroendocrino impone di superare alcune semplificazioni storiche. La prima è l’idea che ogni cellula enteroendocrina corrisponda a un solo ormone dominante. La seconda è che il rilascio ormonale sia un processo puramente endocrino e relativamente lento. La terza è che la funzione delle cellule enteroendocrine riguardi soprattutto la digestione. Oggi sappiamo invece che queste cellule costituiscono una popolazione eterogenea, multifunzionale e plastica, con ampia coespressione peptidica, dialogo neurale rapido e impatto sistemico che include metabolismo, appetito, comportamento alimentare, barriera mucosale e interazione con il microbiota.

Anche la nomenclatura a lettere conserva utilità descrittiva ma non può più essere assunta come mappa definitiva della biologia cellulare. È utile parlare di cellule K quando si vuole indicare il predominio di GIP o di cellule L quando si fa riferimento a GLP-1 e PYY, ma bisogna ricordare che queste etichette rappresentano una semplificazione funzionale e non sempre un’identità esclusiva. Gli atlanti trascrittomici moderni mostrano continuità tra sottopopolazioni, gradienti anatomici, differenze tra specie e variazioni legate alla maturazione cellulare che impediscono di ridurre il sistema a un catalogo fisso di caselle.

Un altro punto cruciale riguarda i modelli sperimentali. Molte conoscenze derivano da roditori, linee cellulari e organoidi, strumenti indispensabili ma non perfettamente sovrapponibili alla fisiologia umana. Le differenze interspecifiche nell’espressione dei recettori, nella distribuzione ormonale e nella risposta ai ligandi obbligano a una lettura critica dei dati. Gli organoidi umani e le tecniche di trascrittomica spaziale hanno migliorato notevolmente la precisione del campo, ma permangono limiti nella ricostruzione completa delle interazioni con nervi, microbiota, flusso ematico e dinamica del contenuto luminale reale. Di conseguenza il sistema enteroendocrino va studiato come una rete biologica contestuale, nella quale nessun singolo modello esaurisce l’intera complessità fisiologica.

Nonostante questi limiti, il quadro generale è ormai chiaro: il sistema enteroendocrino è uno dei principali dispositivi di integrazione tra ambiente esterno e omeostasi interna. Attraverso cellule disperse ma altamente specializzate, l’intestino misura il contenuto del lume, riconosce lo stato metabolico e microbico locale, informa sistema nervoso e pancreas, modula digestione e sazietà e contribuisce a mantenere l’equilibrio della mucosa. Per questo la sua fisiologia costituisce il fondamento necessario per comprendere le future pagine dedicate a disfunzione enteroendocrina, iperplasia enteroendocrina e implicazioni metaboliche dell’asse incretinico.

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