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Deficit ipofisario di TSH

Il deficit ipofisario di TSH è una forma di ipotiroidismo centrale in cui la ghiandola tiroidea, pur potenzialmente integra, riceve una stimolazione insufficiente perché l’ipofisi non secerne TSH in quantità e qualità adeguate, oppure lo fa in modo non coerente con le esigenze fisiologiche dell’organismo. In questo contesto il parametro chiave non è l’elevazione del TSH, tipica dell’ipotiroidismo primitivo, ma il riscontro di una ridotta disponibilità periferica di ormoni tiroidei con TSH basso, normale o inappropriatamente “non elevato”. La condizione si inserisce spesso nel quadro più ampio di ipopituitarismo e riflette patologie della regione sellare e parasellare, esiti di chirurgia o radioterapia, processi infiammatori o infiltrativi, eventi vascolari, farmaci e, in alcune situazioni, meccanismi autoimmuni iatrogeni come l’ipofisite da immunoterapia.

Il deficit di TSH ha implicazioni cliniche rilevanti perché l’ipotiroidismo centrale è frequentemente sottodiagnosticato: l’interpretazione automatica del TSH come “sensore” affidabile può mascherare la carenza ormonale e ritardare la terapia. La gestione richiede quindi un approccio fisiopatologico centrato sul dosaggio e sul monitoraggio della FT4, sull’inquadramento completo degli altri assi ipofisari e sulla correzione della priorità terapeutica più importante, cioè l’eventuale deficit di ACTH, che deve essere riconosciuto e trattato prima di iniziare levotiroxina per evitare scompenso acuto.

Epidemiologia e fattori di rischio

L’ipotiroidismo centrale costituisce una minoranza dei casi complessivi di ipotiroidismo, dominati dall’ipotiroidismo primitivo autoimmune o iatrogeno, ma assume un peso sproporzionato nei contesti specialistici di patologia ipofisaria. La prevalenza nella popolazione generale è bassa e la sua stima è condizionata dalla sottodiagnosi, soprattutto nelle forme lievi o nelle situazioni in cui la FT4 si colloca nel margine inferiore della norma. Nei centri che seguono pazienti con adenomi ipofisari, craniofaringiomi, lesioni parasellari o dopo trattamento con chirurgia e radioterapia, la frequenza di deficit tireotropo è invece significativa e spesso coesiste con deficit di ACTH e gonadotropine, a conferma della vulnerabilità selettiva e progressiva dei diversi tipi cellulari ipofisari ai danni compressivi, chirurgici e radiogeni.

Tra i principali fattori di rischio acquisiti, i tumori della regione sellare e parasellare rappresentano un determinante centrale. Gli adenomi ipofisari non funzionanti e i macroadenomi, per effetto massa e compromissione del parenchima ipofisario, possono ridurre la secrezione di TSH; analogamente, craniofaringiomi e lesioni sovrasellari possono alterare sia la funzione ipofisaria sia l’integrazione ipotalamica, con quadri misti. La chirurgia ipofisaria può determinare un deficit transitorio o permanente in base all’estensione dell’intervento, alla complessità anatomica e alla presenza di tessuto residuo funzionale. La radioterapia cranica, in particolare con dosi e volumi rilevanti o con tecniche che interessano l’asse ipotalamo ipofisario, è associata a un rischio crescente di ipopituitarismo che aumenta con il tempo di follow-up, rendendo necessaria una sorveglianza endocrina prolungata.

Eventi vascolari come apoplessia ipofisaria e sindromi ischemiche postpartum, tra cui la sindrome di Sheehan, possono condurre a deficit multipli, includendo il deficit tireotropo, con esordio talvolta subacuto o ritardato. Processi infiammatori e autoimmuni dell’ipofisi, come ipofisite linfocitaria, e condizioni infiltrative come sarcoidosi, istiocitosi, tubercolosi o metastasi possono alterare la secrezione di TSH. Un capitolo sempre più rilevante è l’ipofisite correlata a immune checkpoint inhibitors, in cui il deficit tireotropo è frequente e può coesistere con deficit corticotropo, imponendo un percorso di diagnosi e trattamento tempestivo per prevenire complicanze.

Sul versante farmacologico, diversi farmaci possono ridurre il TSH o alterarne la secrezione, includendo glucocorticoidi ad alte dosi, dopamino-agonisti e analoghi della somatostatina. Queste condizioni non sempre equivalgono a un vero deficit strutturale, ma possono simulare un ipotiroidismo centrale o contribuire a renderlo clinicamente manifesto in soggetti predisposti. Il quadro epidemiologico, quindi, non si interpreta come “rarità assoluta”, ma come patologia a prevalenza selettiva elevata in popolazioni con malattia ipofisaria, trattamenti cranici e immunoterapia, dove il sospetto clinico deve essere proattivo.

Eziologia, patogenesi e fisiopatologia

Il deficit ipofisario di TSH deriva da un’alterazione della funzione dei tireotropi, le cellule dell’adenoipofisi deputate alla produzione di TSH, oppure da una disconnessione del controllo ipotalamico mediato dal TRH. In fisiologia, il TRH ipotalamico stimola la sintesi e la secrezione di TSH, mentre gli ormoni tiroidei esercitano feedback negativo su ipotalamo e ipofisi. Il TSH, legandosi al recettore tiroideo, sostiene iodazione, sintesi e secrezione di T4 e T3 e mantiene il trofismo follicolare. Nel deficit centrale, la tiroide può risultare normostrutturata, ma la riduzione cronica dello stimolo determina una produzione inadeguata di ormoni tiroidei, con FT4 ridotta e spesso riduzione di T3, soprattutto nelle forme più avanzate o in contesti di comorbidità.

Le cause possono essere compressive, iatrogene, infiammatorie, infiltrative, vascolari o genetiche. Nelle patologie tumorali sellari, l’effetto massa compromette perfusione e integrità del tessuto ipofisario, riducendo la riserva secretoria. Dopo chirurgia, la perdita di tessuto funzionale e la fibrosi possono determinare deficit permanenti. Dopo radioterapia, il danno può essere progressivo, con un periodo di latenza di anni, perché la radiosensibilità delle cellule e del microambiente vascolare determina un deterioramento graduale della funzione ipofisaria. Nelle ipofisiti, l’infiammazione e l’edema alterano la secrezione e possono evolvere in fibrosi con deficit persistenti; nelle forme immuno-mediate da immunoterapia, la patogenesi include infiltrazione linfocitaria e danno immunologico diretto con profilo di deficit spesso multiplo.

Un elemento distintivo dell’ipotiroidismo centrale è che il TSH misurato può non riflettere l’attività biologica. Il TSH è una glicoproteina la cui glicosilazione influenza emivita e bioattività; alterazioni della glicosilazione e del processing ipofisario possono produrre TSH immunoreattivo ma meno attivo, con valori che appaiono normali o lievemente elevati pur in presenza di FT4 bassa. Inoltre, la perdita del ritmo circadiano e della risposta adattativa al feedback rende il sistema meno “reattivo” alle variazioni periferiche. Questo spiega perché la diagnosi non possa basarsi su soglie di TSH, e perché il monitoraggio della terapia con levotiroxina debba usare la FT4 come target biologico.

Sul piano fisiopatologico, la carenza di ormoni tiroidei riduce la termogenesi e la spesa energetica, altera il metabolismo lipidico con incremento di LDL-colesterolo, riduce la contrattilità miocardica e può favorire bradicardia e intolleranza allo sforzo. A livello neuromuscolare contribuisce a astenia, crampi e rallentamento psicomotorio. L’ipotiroidismo centrale, inoltre, interagisce con gli altri assi: la presenza di deficit di GH, ipogonadismo e deficit corticotropo può amplificare sintomi e alterazioni metaboliche e mascherare il contributo specifico della carenza tiroidea. Questa integrazione rende indispensabile considerare il paziente come “sistema di assi” e non come singolo ormone isolato.

Manifestazioni cliniche

L’anamnesi deve esplorare sia i sintomi dell’ipotiroidismo sia gli indizi di malattia ipofisaria sottostante. I sintomi tiroidei possono essere sfumati e progressivi: astenia, sonnolenza, intolleranza al freddo, incremento ponderale modesto, stipsi, secchezza cutanea, rallentamento cognitivo, ridotta performance fisica e, in alcuni casi, depressione o apatia. Nelle donne possono comparire irregolarità mestruali e riduzione della fertilità, spesso in sinergia con ipogonadismo ipogonadotropo. Nei pazienti con malattia sellare, la storia può includere cefalea, disturbi visivi, riduzione della libido, sintomi di insufficienza surrenalica, poliuria o polidipsia, oppure una storia di intervento ipofisario, radioterapia o terapia oncologica con immunoterapia.

All’esame obiettivo, i segni tipici dell’ipotiroidismo possono essere presenti ma non sempre marcati: cute fredda e secca, bradicardia, riduzione dei riflessi, edema non improntabile lieve, voce rauca, rallentamento psicomotorio. La presenza di gozzo non è un elemento centrale e, se presente, orienta verso un’etiologia tiroidea concomitante piuttosto che verso la sola causa centrale. In parallelo, devono essere ricercati segni di altri deficit ipofisari: ipotensione, perdita di peli androgeno-dipendenti, pallore, riduzione della massa muscolare, e segni neurologici o visivi suggestivi di lesione espansiva.

Nei bambini e adolescenti, la clinica assume caratteristiche peculiari: rallentamento della crescita staturale, ritardo puberale, aumento del peso con riduzione della velocità di crescita, difficoltà scolastiche e riduzione della vitalità. In questo contesto, la coesistenza di deficit di GH o di altre tropine è frequente e può confondere il quadro, imponendo una valutazione endocrina completa. Negli anziani o nei pazienti con comorbidità cardiovascolare, i sintomi possono essere attribuiti ad altre patologie, aumentando il rischio di diagnosi tardiva e di progressione delle complicanze metaboliche e cardiovascolari.

Quando sospettare la patologia

Il sospetto di deficit ipofisario di TSH deve emergere quando la clinica è compatibile con ipotiroidismo ma il TSH non è elevato. Lo scenario più tipico è una FT4 bassa con TSH basso o normale, oppure una FT4 nel limite inferiore con sintomi e contesto di rischio. Il sospetto deve essere particolarmente alto nei pazienti con lesioni sellari note, storia di chirurgia ipofisaria, radioterapia cranica, craniofaringioma, apoplessia ipofisaria, sindrome di Sheehan o ipofisite, inclusa quella da immunoterapia. In questi contesti, l’interpretazione “TSH normale, quindi tiroide a posto” è fuorviante e potenzialmente pericolosa.

Un altro contesto rilevante è il paziente con ipopituitarismo già diagnosticato o con segni di deficit multipli. La coesistenza di ipogonadismo, riduzione di IGF-1, iponatriemia, astenia severa o ipotensione impone una valutazione integrata in cui FT4 e TSH rappresentano solo una parte del quadro. In pazienti oncologici trattati con immune checkpoint inhibitors, la comparsa di cefalea, fatigue intensa, ipotensione o sintomi tiroidei deve attivare un sospetto di ipofisite e di deficit combinati, incluso quello tireotropo.

È essenziale, tuttavia, distinguere il deficit tireotropo da condizioni che possono simulare una riduzione degli ormoni tiroidei senza vero ipotiroidismo centrale, come la sindrome da malattia non tiroidea e le fasi di recupero da tireotossicosi o da malattia acuta. Il sospetto corretto nasce dall’integrazione tra contesto clinico, stabilità dei risultati, ripetizione dei dosaggi, valutazione di altre tropine e imaging quando indicato.

Accertamenti e diagnosi

La diagnosi di deficit ipofisario di TSH si fonda sul riconoscimento di un pattern biochimico e sulla dimostrazione di una patologia centrale o di un contesto compatibile. Il primo step è il dosaggio di FT4 e TSH con metodi affidabili, preferibilmente ripetuto per confermare il risultato e ridurre l’impatto di variabilità biologica e interferenze analitiche. Il criterio operativo centrale è la presenza di FT4 ridotta, o nel margine inferiore con forte sospetto clinico, associata a TSH non adeguatamente elevato. La FT3 può essere ridotta in forme avanzate, ma è meno specifica perché influenzata da comorbidità e malattia acuta.

Un passaggio cruciale è l’esclusione delle principali diagnosi alternative che mimano ipotiroidismo centrale. La sindrome da malattia non tiroidea può ridurre FT3 e, talvolta, FT4, con TSH variabile, soprattutto in pazienti ospedalizzati o con malattia sistemica severa; in questi casi, la ripetizione a distanza e la valutazione clinica guidano l’interpretazione. Farmaci come glucocorticoidi, dopamino-agonisti e analoghi della somatostatina possono ridurre TSH; biotina e anticorpi eterofili possono interferire con immunodosaggi, generando risultati fuorvianti. Per questo, in caso di discordanza tra clinica e laboratorio, è appropriato considerare metodiche alternative, diluizioni, ripetizioni con piattaforme diverse e valutazione specialistica del laboratorio.

Dopo la conferma biochimica, l’inquadramento deve includere la valutazione completa degli altri assi ipofisari, perché l’ipotiroidismo centrale raramente è isolato nelle forme acquisite. La priorità clinica è identificare un eventuale deficit di ACTH e insufficienza surrenalica centrale, poiché l’avvio di levotiroxina in un paziente con carenza cortisolemica non trattata può precipitare uno scompenso acuto. Pertanto, cortisolo mattutino, ACTH e, quando necessario, test dinamici appropriati per l’asse corticotropo devono essere integrati nel percorso diagnostico, insieme a prolattina, gonadotropine, IGF-1 e valutazione dell’asse dell’ADH quando indicato.

La risonanza magnetica ipofisaria con mezzo di contrasto è l’esame cardine per identificare adenomi, lesioni infiltrative o infiammatorie, esiti chirurgici e anomalie strutturali. La valutazione oculistica con campi visivi è indicata quando si sospetta compressione del chiasma. In casi selezionati, soprattutto quando si vuole distinguere un difetto ipotalamico da uno ipofisario o quando la diagnosi è incerta, il test al TRH può fornire informazioni sulla riserva e sulla dinamica della risposta del TSH, pur non essendo raccomandato come test di routine in tutti i pazienti. Il suo uso clinico è generalmente riservato a situazioni selezionate e interpretato nel contesto di FT4 e patologia ipofisaria.

Il risultato del percorso deve essere una diagnosi che non si limiti a “ipotiroidismo centrale”, ma che identifichi la causa sottostante e lo stato degli altri assi, perché terapia e prognosi dipendono dalla patologia di base, dalla presenza di deficit multipli e dall’evoluzione nel tempo, soprattutto dopo radioterapia o immunoterapia.

Classificazione, forme cliniche e gravità

La classificazione dell’ipotiroidismo centrale distingue innanzitutto tra forme ipofisarie e ipotalamiche, anche se nella pratica clinica il confine può essere sfumato per la stretta integrazione anatomica e funzionale. Nel deficit ipofisario di TSH il danno primario riguarda i tireotropi, con riduzione della secrezione e talvolta della bioattività del TSH; nel deficit ipotalamico predomina un’insufficiente stimolo TRH, con possibili risposte dinamiche differenti ai test di stimolo. Un secondo asse classificativo separa forme congenite da forme acquisite: le congenite, rare, possono presentarsi come deficit isolato o sindromico; le acquisite rappresentano la maggioranza nei percorsi clinici legati a lesioni sellari, interventi, radioterapia e ipofisite.

È clinicamente utile distinguere anche tra forme isolate e forme in contesto di ipopituitarismo combinato. Le forme isolate sono meno comuni nell’adulto e impongono un’attenzione particolare a diagnosi alternative e interferenze; le forme combinate sono frequenti e spesso includono deficit corticotropo e gonadotropo, con implicazioni immediate per la sicurezza della terapia. Un ulteriore elemento è la transitorietà: alcune condizioni possono determinare deficit tireotropo temporaneo, come la fase acuta di ipofisite o il post-operatorio precoce, mentre altre sono tipicamente progressive, come il danno radiogeno o l’espansione tumorale non controllata.

La gravità non si valuta in base al TSH, ma in base al livello di FT4, alla presenza di sintomi, alle comorbidità e alla vulnerabilità del paziente. Una riduzione marcata di FT4, soprattutto se associata a deficit multipli, comporta rischio maggiore di complicanze metaboliche, cardiovascolari e neuropsichiche e richiede una correzione terapeutica più rapida e protetta. Nelle forme lievi, la valutazione deve considerare che “FT4 bassa normale” può essere comunque inappropriata per il paziente, soprattutto se il riferimento individuale era più elevato e se coesistono condizioni che amplificano l’impatto clinico della carenza tiroidea.

Trattamento

Il trattamento del deficit ipofisario di TSH consiste nella sostituzione con levotiroxina (LT4), con un principio gestionale essenziale: la dose si titola usando la FT4 e la risposta clinica, non il TSH, che può rimanere basso o inappropriato anche in presenza di sostituzione adeguata. Prima di iniziare LT4 è indispensabile valutare e, se presente, trattare un deficit dell’asse corticotropo, perché l’aumento del metabolismo indotto dagli ormoni tiroidei può smascherare o aggravare un’insufficienza surrenalica centrale. Questa priorità terapeutica è uno dei punti più critici nella pratica clinica dell’ipopituitarismo.

La dose iniziale di LT4 dipende da età, peso, comorbidità cardiovascolari, severità del deficit e rapidità desiderata di correzione. Nell’adulto giovane senza cardiopatia, una strategia basata sul peso corporeo può essere appropriata; nei pazienti anziani o con cardiopatia ischemica, la titolazione deve essere più graduale per ridurre il rischio di ischemia, aritmie e scompenso. In gravidanza o in fase preconcezionale, l’obiettivo è garantire un’adeguata disponibilità di FT4, poiché la fisiologia materno-fetale rende particolarmente sensibile la finestra precoce della gestazione. Nei bambini, la terapia deve sostenere crescita e sviluppo neurocognitivo, con schemi di dosaggio specifici per età e follow-up ravvicinato.

Il target terapeutico comunemente adottato, coerente con le linee guida europee sull’ipotiroidismo centrale, è mantenere la FT4 nel range medio-alto di riferimento, adattandolo al profilo clinico del paziente. Il monitoraggio si effettua tipicamente dopo un tempo sufficiente al raggiungimento dello steady state della LT4 e dopo ogni variazione posologica, integrando la valutazione clinica, la frequenza cardiaca, il peso, il profilo lipidico e la tolleranza soggettiva. Devono essere considerate interazioni e problemi di assorbimento, come ferro, calcio, inibitori di pompa protonica, resine sequestranti, patologie intestinali e aderenza. Nei pazienti con terapia sostitutiva con GH, può essere necessario aggiustare LT4 perché il GH può aumentare la conversione periferica e modificare l’equilibrio di FT4, rendendo necessario un riassetto posologico.

La terapia deve essere inserita in un piano globale di ipopituitarismo quando presente, coordinando tempi e priorità: sostituzione cortisolemica prima di LT4, correzione dell’ipogonadismo quando indicato, valutazione della necessità di GH e trattamento del diabete insipido centrale quando presente. In questo modo, la correzione della carenza tiroidea diventa parte di una strategia integrata che ottimizza outcome e sicurezza, riducendo il rischio di sovratrattamento o sottotrattamento e migliorando la qualità di vita nel lungo termine.

Follow-up e monitoraggio

Il follow-up del deficit ipofisario di TSH richiede un monitoraggio strutturato perché il contesto di malattia ipofisaria è spesso dinamico. Dopo l’avvio o l’aggiustamento della LT4, la FT4 deve essere rivalutata dopo un intervallo adeguato per stabilizzazione farmacocinetica e clinica, insieme a parametri clinici come frequenza cardiaca, pressione arteriosa, peso, funzione intestinale, performance fisica e stato neuropsichico. Nel tempo, una volta raggiunta stabilità, il controllo può essere programmato periodicamente, con maggiore frequenza in caso di variazioni ponderali importanti, gravidanza, introduzione di farmaci interferenti o modifiche delle altre terapie ormonali sostitutive.

Nel paziente con ipopituitarismo, il follow-up deve includere rivalutazione degli altri assi, perché nuovi deficit possono comparire dopo radioterapia o con crescita tumorale residua. L’imaging ipofisario viene pianificato in funzione della patologia di base e delle decisioni neurochirurgiche e oncologiche. Nei pazienti trattati per adenomi o altre lesioni sellari, la sorveglianza neuro-oftalmologica è indicata quando esiste rischio di compressione del chiasma o progressione. Nei pazienti oncologici con ipofisite da immunoterapia, la traiettoria può includere recupero parziale di alcuni assi e persistenza di altri deficit, quindi la rivalutazione deve essere personalizzata.

Un punto clinico essenziale è prevenire sia sottotrattamento sia sovratrattamento. Il sottotrattamento mantiene dislipidemia, astenia, ridotta capacità funzionale e rischio cardiovascolare; il sovratrattamento aumenta rischio di tachiaritmie e perdita di massa ossea, soprattutto nei soggetti vulnerabili. L’assenza di un TSH “guida” obbliga a una medicina più attenta e centrata su FT4 e clinica, con obiettivi coerenti e verificabili nel tempo.

Prognosi e complicanze

La prognosi del deficit ipofisario di TSH è generalmente favorevole quando la diagnosi è tempestiva e la sostituzione con LT4 è corretta e stabile, perché l’ipotiroidismo centrale è una condizione efficacemente trattabile. Tuttavia, l’outcome complessivo dipende in modo rilevante dalla patologia ipofisaria sottostante e dalla presenza di deficit multipli. Nei pazienti con adenomi aggressivi, lesioni infiltrative, esiti di radioterapia o ipofisite severa, la prognosi è condizionata dalla storia naturale della malattia di base, dal rischio di recidiva o progressione e dalle complicanze neurologiche e visive.

Le principali complicanze del deficit tireotropo non trattato o sottotrattato includono peggioramento del profilo lipidico, incremento del rischio cardiovascolare, riduzione della capacità lavorativa e della performance fisica, alterazioni cognitive e dell’umore, e nei bambini compromissione di crescita e sviluppo. In contesto di ipopituitarismo, la carenza tiroidea può amplificare sarcopenia e fragilità, soprattutto se coesistono ipogonadismo e deficit di GH. Una complicanza iatrogena rilevante è il rischio di crisi surrenalica se LT4 viene avviata in un paziente con deficit corticotropo non riconosciuto, motivo per cui l’ordine terapeutico è una componente prognostica tanto quanto la dose finale di LT4.

Il sovratrattamento, più facile da ottenere quando si tenta di “normalizzare” un TSH che in realtà non è utilizzabile come target, può favorire osteoporosi, fratture e aritmie, con impatto prognostico soprattutto nei pazienti anziani. Per questo, il successo a lungo termine si fonda su diagnosi corretta, monitoraggio basato su FT4, gestione integrata degli assi e controllo della patologia di base sellare o sistemica. In questo scenario, la maggior parte dei pazienti può raggiungere una stabilità clinica soddisfacente e ridurre in modo significativo il rischio di complicanze legate alla carenza tiroidea.

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