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Malattia tromboembolica polmonare cronica

La malattia tromboembolica polmonare cronica, indicata con l’acronimo CTEPD, è una condizione nella quale ostruzioni tromboemboliche organizzate delle arterie polmonari persistono e contribuiscono a sintomi o limitazione funzionale. Il materiale non consiste più soltanto in un coagulo recente: diventa tessuto fibroso incorporato nella parete, capace di produrre stenosi, membrane, restringimenti e occlusioni. La definizione richiede un quadro clinico e strumentale coerente, generalmente dopo almeno tre mesi di anticoagulazione terapeutica, e comprende forme con e senza ipertensione polmonare a riposo.

Quando è presente un’ipertensione polmonare precapillare attribuibile a queste lesioni, si parla di CTEPH, ossia ipertensione polmonare tromboembolica cronica. I criteri emodinamici attuali comprendono pressione arteriosa polmonare media superiore a 20 mmHg, pressione di incuneamento non superiore a 15 mmHg e resistenze vascolari polmonari superiori a 2 unità Wood, misurate mediante cateterismo destro. Il cambiamento delle soglie rispetto alle definizioni storiche deve essere considerato quando si confrontano studi pubblicati in epoche diverse. La sola stima ecocardiografica di pressione elevata non basta a stabilire questa diagnosi.

Un residuo di perfusione dopo embolia non coincide automaticamente con CTEPD clinicamente significativa. Alcune persone mantengono difetti radiologici senza sintomi, mentre altre presentano dispnea dovuta a cardiopatie, pneumopatie o decondizionamento. Nella CTEPD senza ipertensione polmonare a riposo, la limitazione può derivare da inefficienza ventilatoria e alterazioni emodinamiche durante esercizio. Attribuire correttamente i sintomi all’ostruzione è quindi parte della diagnosi, non una deduzione automatica dal referto.

La CTEPH interessa una minoranza dei sopravvissuti a embolia polmonare acuta; le coorti prospettiche, fra cui FOCUS, mostrano che la compromissione funzionale persistente è molto più frequente della CTEPH propriamente detta. Una quota dei pazienti con malattia cronica non ricorda un episodio embolico riconosciuto. La rilevanza clinica nasce dalla possibilità di un trattamento specifico, comprendente endarteriectomia, angioplastica polmonare e terapia farmacologica: un ritardo diagnostico può lasciare progredire una condizione potenzialmente correggibile.

Eziologia, fattori predisponenti e mancata risoluzione del trombo

Il punto di partenza è solitamente un evento tromboembolico venoso seguito da una risoluzione incompleta. Nella maggior parte delle embolie, fibrinolisi endogena, organizzazione e rimodellamento consentono un recupero sufficiente della perfusione. Nella malattia cronica, una parte del materiale persiste e viene sostituita da tessuto fibrocellulare. Questo processo non implica necessariamente un’anticoagulazione inadeguata: il trattamento impedisce soprattutto estensione e nuovi eventi, ma non garantisce la completa eliminazione del trombo già formato né la regressione di una stenosi fibrosa organizzata.

La persistenza riflette interazioni fra caratteristiche del coagulo, risposta infiammatoria, fibrinolisi, angiogenesi e riparazione della parete. L’attività delle cellule endoteliali e infiammatorie può favorire un rimodellamento che conserva l’ostacolo invece di restituire un lume funzionale. Sono descritti cambiamenti del sistema fibrinolitico e della struttura della fibrina, ma non esiste un singolo difetto biologico capace di spiegare tutti i casi. Nessun test ematico isolato permette di prevedere con certezza chi svilupperà CTEPH dopo un’embolia.

Pregressi episodi embolici, ampia compromissione vascolare e segni di sovraccarico destro possono aumentare il sospetto durante il follow-up. Sono inoltre associate alla malattia condizioni come splenectomia, sindrome antifosfolipidi, malattie infiammatorie croniche e alcuni dispositivi intravascolari, soprattutto quando complicati da infezione. Le associazioni epidemiologiche non dimostrano che ogni esposizione sia causalmente sufficiente. Il profilo predisponente alla CTEPH non coincide perfettamente con quello della prima trombosi venosa, e le trombofilie ereditarie più comuni non spiegano da sole la selettività di questa evoluzione.

La sindrome antifosfolipidi merita attenzione perché può modificare la scelta dell’anticoagulante e il rischio di recidiva. La sua ricerca nella CTEPH ha un significato diverso rispetto a un pannello trombofilico indiscriminato in ogni embolia. L’interpretazione deve tenere conto dell’interferenza dei farmaci, della persistenza degli anticorpi e dei criteri clinici; una positività transitoria non equivale automaticamente alla sindrome. Gli accertamenti eziologici vengono collegati alle decisioni terapeutiche e non devono ritardare la valutazione di operabilità.

In alcuni pazienti la prima diagnosi di embolia “acuta” viene formulata quando esistono già ostruzioni organizzate e adattamento cardiaco cronico. La presenza di malattia acuta su cronica può spiegare pressioni molto elevate, ipertrofia destra o un recupero incompleto nonostante trattamento adeguato. La revisione della TC iniziale da parte di un radiologo esperto può rivelare membrane, stenosi o circoli collaterali preesistenti. La data del primo ricovero non coincide necessariamente con l’inizio biologico della malattia.

L’assenza di una precedente embolia documentata non esclude il processo tromboembolico: eventi poco sintomatici o non riconosciuti possono precedere la presentazione cronica. D’altra parte, non ogni ostruzione persistente è un trombo organizzato. Tumori dell’arteria polmonare, vasculiti e altre stenosi vascolari richiedono una diagnosi differenziale quando distribuzione, crescita della lesione o quadro sistemico sono atipici. La ricerca della causa deve quindi rimanere aperta finché anatomia, emodinamica e storia non forniscono una spiegazione concordante.

Anatomia patologica e fisiopatologia del danno vascolare

Le lesioni organizzate comprendono membrane e bande fibrose, stenosi anulari, restringimenti eccentrici, occlusioni complete e terminazioni a fondo cieco. La ricanalizzazione può produrre piccoli canali irregolari attraverso materiale aderente alla parete. Questa anatomia distingue la malattia cronica dal trombo acuto, che occupa il lume senza aver ancora sviluppato lo stesso rapporto strutturale con l’intima. La distribuzione può coinvolgere rami principali, lobari, segmentari e subsegmentari, con combinazioni differenti nello stesso paziente e nei due polmoni.

All’ostruzione dei vasi riconoscibili si associa una microvasculopatia di arteriole e piccoli vasi. Il flusso viene redistribuito verso territori più aperti, esponendoli a stress emodinamico; alterazioni microvascolari possono essere presenti anche a valle di territori occlusi, in relazione a perfusione collaterale e rimodellamento. Ne deriva una componente di resistenza non direttamente eliminabile rimuovendo soltanto le lesioni maggiori. Questa doppia componente spiega perché alcuni pazienti mantengano ipertensione polmonare dopo una procedura tecnicamente efficace.

Le resistenze vascolari polmonari rappresentano il rapporto tra gradiente pressorio transpulmonare e portata. Un’ostruzione estesa e un’importante malattia dei piccoli vasi possono aumentare tale rapporto con modalità diverse. La relazione fra anatomia visibile e gravità emodinamica è quindi centrale: una resistenza molto elevata rispetto alle lesioni accessibili suggerisce una quota microvascolare importante, senza costituire da sola una prova di inoperabilità. Occorre anche considerare portata, accuratezza delle misure e patologie cardiache associate.

Il ventricolo destro si adatta inizialmente mediante ipertrofia e incremento della contrattilità. Quando l’adattamento non è più sufficiente, compaiono dilatazione, rigurgito tricuspidale funzionale, aumento delle pressioni di riempimento e riduzione della gittata. Il setto si sposta e limita il riempimento sinistro, mentre la congestione venosa compromette rene e fegato. Il decorso cronico consente un adattamento maggiore rispetto all’embolia improvvisa, ma non impedisce la progressione verso insufficienza destra avanzata.

L’ostruzione crea zone ventilate ma poco perfuse, aumentando lo spazio morto fisiologico. Per eliminare una quantità data di anidride carbonica il paziente deve ventilare di più, con incremento della richiesta respiratoria durante esercizio. La ridotta capacità di aumentare la portata e l’alterata distribuzione della perfusione limitano il consumo di ossigeno. Il test cardiopolmonare può mostrare inefficienza ventilatoria, bassa pressione di anidride carbonica a fine espirazione e riduzione della capacità aerobica, ma nessuno di questi reperti è esclusivo della CTEPD.

Le arterie bronchiali e altri rami sistemici possono sviluppare un circolo collaterale verso territori scarsamente perfusi. Questo adattamento contribuisce alla vitalità del tessuto, ma espone anche a emottisi e modifica la complessità delle procedure. Il mosaico di attenuazione alla TC riflette differenze regionali di perfusione, pur potendo comparire in altre malattie. La lettura congiunta di calibro vascolare, distribuzione del mosaico, lesioni arteriose e reperti cardiaci è più informativa di un singolo segno radiologico.

Manifestazioni cliniche, anamnesi ed esame obiettivo

Il sintomo più comune è una dispnea da sforzo persistente o progressiva, spesso accompagnata da riduzione della resistenza fisica, affaticabilità e tempi di recupero più lunghi. Il paziente può avere modificato gradualmente le proprie attività, sottostimando la limitazione. Una persona che non riesce più a salire le scale o a camminare alla velocità abituale fornisce un’informazione clinica importante anche se non riferisce dispnea a riposo. La ricostruzione deve confrontare la funzione attuale con quella precedente all’evento embolico o all’inizio dei sintomi.

L’anamnesi precisa precedenti trombosi, embolie, durata e qualità dell’anticoagulazione, recidive, splenectomia, malattie infiammatorie, neoplasie e dispositivi venosi. Si indagano sincope o presincope, dolore toracico da sforzo, palpitazioni, edemi, distensione addominale ed emottisi. Una precedente TC normale per embolia acuta non elimina sempre il sospetto di malattia distale cronica, soprattutto se l’esame non era stato interpretato con quel quesito. La sequenza temporale dei sintomi aiuta a distinguere recupero incompleto, nuovo evento e malattia preesistente.

Nelle fasi iniziali l’obiettività può essere poco espressiva. Con la progressione possono comparire accentuazione della componente polmonare del secondo tono, impulso parasternale destro e soffio da insufficienza tricuspidale. Turgore giugulare, edemi declivi, epatomegalia e ascite indicano congestione sistemica. La saturazione può essere normale a riposo e ridursi durante sforzo; una misurazione rassicurante in ambulatorio non descrive necessariamente la risposta funzionale. Crepitii diffusi o reperti importanti di cardiopatia sinistra possono suggerire condizioni associate o alternative.

Il dolore toracico può dipendere dal carico e dall’ischemia relativa del ventricolo destro, ma deve essere valutato anche per coronaropatia o nuove embolie. L’emottisi può derivare dalle collaterali bronchiali e assume particolare rilievo in una persona anticoagulata. Sincope da sforzo, peggioramento rapido, ipotensione o segni di bassa portata richiedono una valutazione urgente. Non è appropriato rinviare tutti gli accertamenti al completamento dei tre mesi di anticoagulazione quando esistono instabilità o deterioramento accelerato.

La limitazione funzionale non è sempre proporzionale alla pressione polmonare a riposo. Nei pazienti senza ipertensione a riposo possono prevalere inefficienza ventilatoria e alterazioni della risposta allo sforzo; nei pazienti con comorbilità, più meccanismi possono contribuire insieme. Ansia e decondizionamento sono frequenti dopo un evento embolico, ma non devono diventare spiegazioni automatiche prima di aver considerato una causa vascolare persistente. La valutazione clinica mantiene quindi distinti sintomi, reperti obiettivi e attribuzione causale.

Sospetto diagnostico e indagini non invasive

La ricerca della malattia cronica è particolarmente indicata quando, dopo embolia, persistono dispnea o ridotta capacità di esercizio, oppure quando l’imaging iniziale suggerisce lesioni organizzate. Un percorso di follow-up strutturato consente di selezionare chi necessita di approfondimenti. Lo studio InShape II ha valutato una strategia che integra elementi clinici, elettrocardiografici e biomarcatori per indirizzare l’ecocardiografia, evitando di equiparare lo screening a un esame ripetuto indistintamente in tutti. I sintomi rimangono centrali anche quando un primo controllo appare poco significativo.

L’ecocardiogramma valuta probabilità di ipertensione polmonare, dimensioni e funzione destra, setto, rigurgito tricuspidale e condizioni del cuore sinistro. Una pressione stimata elevata sostiene il sospetto, ma errori nella misura del rigurgito o nella stima della pressione atriale possono alterare il risultato. Un ecocardiogramma poco suggestivo non esclude CTEPD senza ipertensione a riposo e può non riconoscere forme emodinamicamente iniziali. La decisione di proseguire dipende quindi dalla coerenza con sintomi e storia, non da un unico numero ecografico.

La scintigrafia ventilazione/perfusione, anche mediante SPECT quando disponibile, è l’esame di riferimento per individuare difetti di perfusione persistenti non corrispondenti a difetti ventilatori. Una perfusione normale rende molto improbabile una CTEPH clinicamente significativa, soprattutto in assenza di malattia parenchimale importante. Un esame anomalo non definisce invece da solo la natura del materiale né l’operabilità. Il vantaggio rispetto alla sola ricerca tomografica di un coagulo è la capacità di evidenziare la conseguenza funzionale dell’ostruzione anche nei territori distali.

L’angio-TC dedicata ricerca membrane, bande, stenosi, occlusioni eccentriche, riduzione del calibro dei rami e circoli collaterali. Ricostruzioni adeguate e interpretazione esperta sono essenziali: una TC negativa per embolia acuta non è automaticamente una valutazione definitiva della CTEPD. Tecniche a doppia energia possono integrare informazioni anatomiche e mappe di perfusione, ma disponibilità ed esperienza ne influenzano il ruolo. L’assenza di un grande trombo centrale non esclude una malattia suscettibile di trattamento.

Elettrocardiogramma e radiografia possono mostrare segni di sovraccarico destro o dilatazione vascolare, senza sufficiente sensibilità per escludere la malattia. BNP e NT-proBNP contribuiscono alla valutazione dello stress cardiaco e della gravità, ma possono essere poco alterati nelle forme iniziali. Spirometria, volumi polmonari e diffusione aiutano a riconoscere pneumopatie associate e a interpretare una dispnea multifattoriale. La diagnostica non deve ridursi alla sola circolazione polmonare se anemia, cardiopatia o malattia respiratoria possono spiegare parte della limitazione.

Il test cardiopolmonare da sforzo descrive capacità aerobica, efficienza ventilatoria e risposta circolatoria, risultando particolarmente utile nei quadri discordanti. Il cammino dei sei minuti misura una prestazione globale e serve soprattutto a quantificare gravità e andamento, senza identificare da solo la causa. Entrambi vanno interpretati considerando motivazione, apparato locomotore, obesità e comorbilità. La combinazione di test funzionali e imaging permette di collegare i sintomi a un meccanismo plausibile, evitando procedure basate soltanto su residui anatomici.

Conferma emodinamica e definizione anatomica specialistica

Il cateterismo cardiaco destro conferma la presenza e il tipo di ipertensione polmonare. Vengono misurate pressioni atriali destre, pressioni polmonari, pressione di incuneamento e portata cardiaca; da queste si calcolano le resistenze. La correttezza tecnica è decisiva, soprattutto quando un valore vicino alla soglia può cambiare la classificazione. La pressione di incuneamento deve essere plausibile e interpretata nel contesto respiratorio e cardiaco. Una misura dubbia richiede verifica prima di attribuire alla malattia tromboembolica un quadro che potrebbe essere prevalentemente postcapillare.

Le unità Wood esprimono il rapporto tra il gradiente pressorio medio polmonare rispetto all’incuneamento e la portata in litri al minuto. La stessa pressione media può associarsi a resistenze differenti se cambia il flusso. È quindi scorretto descrivere la gravità utilizzando soltanto la pressione arteriosa polmonare. Pressione atriale destra, indice cardiaco e saturazione venosa mista contribuiscono a comprendere il compenso ventricolare e il rischio. L’emodinamica viene sempre confrontata con l’estensione delle lesioni e con le condizioni cliniche.

Quando i sintomi sono importanti ma i valori a riposo non mostrano ipertensione, un cateterismo durante esercizio può essere utile in centri esperti. Permette di valutare la relazione fra incremento del flusso e delle pressioni e di distinguere una limitazione vascolare da un aumento anomalo delle pressioni di riempimento sinistre. La risposta deve essere letta insieme al test cardiopolmonare e alle caratteristiche del paziente. L’esame non è obbligatorio per ogni residuo radiologico e non deve trasformare una lieve anomalia isolata in un’indicazione automatica a intervento.

L’angiografia polmonare, nelle proiezioni e modalità scelte dal centro, può precisare la distribuzione segmentaria e le lesioni candidabili a trattamento. Per l’angioplastica sono particolarmente importanti tipo di stenosi, tortuosità, occlusioni e rapporto con i rami distali. TC e angiografia forniscono informazioni complementari; l’esigenza di esami aggiuntivi dipende dalla qualità del materiale già disponibile e dalla procedura pianificata. La decisione non richiede necessariamente ogni tecnica possibile, ma una mappa anatomica sufficientemente accurata per scegliere e attuare la strategia.

La definizione di malattia integra sintomi, perfusione, anatomia ed emodinamica dopo un periodo adeguato di anticoagulazione. I tre mesi servono a distinguere meglio persistenza organizzata e fase subacuta, senza costituire una barriera all’invio precoce. Nei pazienti instabili o in rapido peggioramento, la valutazione specialistica completa può essere anticipata. L’anticoagulazione già assunta va verificata in dose, continuità e appropriatezza, perché una nuova embolizzazione può sovrapporsi alla malattia cronica e alterare il quadro da classificare.

Diagnosi differenziale e valutazione multidisciplinare dell’operabilità

Le principali alternative comprendono cardiopatia sinistra, malattia respiratoria, ipertensione arteriosa polmonare e cause non vascolari di dispnea. Alcune ostruzioni possono derivare da sarcoma dell’arteria polmonare, vasculite, stenosi congenite o compressione esterna. Una massa che cresce nonostante anticoagulazione, espansione del vaso, captazione metabolica o distribuzione inconsueta deve orientare approfondimenti mirati. Questi reperti non richiedono gli stessi esami in tutti, ma ricordano che l’etichetta tromboembolica deve essere verificata quando la storia non è coerente.

L’operabilità viene definita da un’équipe comprendente competenze chirurgiche, interventistiche, radiologiche e mediche nell’ipertensione polmonare. Il chirurgo esperto di endarteriectomia deve partecipare alla valutazione: l’assenza di un grande trombo prossimale non equivale a inoperabilità. La possibilità di raggiungere rami segmentari e subsegmentari dipende anche dall’esperienza del centro. Un giudizio espresso senza revisione delle immagini o senza competenza dedicata può escludere impropriamente una strategia con beneficio sostanziale.

La scelta considera accessibilità delle lesioni, relazione con la compromissione emodinamica, funzione destra, pneumopatie, cardiopatie e altre condizioni che influenzano il rischio operatorio. Età o resistenze elevate, prese isolatamente, non definiscono automaticamente una controindicazione. Una grave malattia parenchimale può invece limitare il beneficio anche quando l’ostruzione è tecnicamente rimovibile. La valutazione distingue quindi impossibilità anatomica, rischio eccessivo per comorbilità e rifiuto informato della procedura, perché sono situazioni differenti e possono condurre a strategie diverse.

La terapia multimodale riconosce che nello stesso paziente possono coesistere lesioni chirurgicamente accessibili, stenosi distali trattabili con pallone e microvasculopatia sensibile ai farmaci. Le opzioni possono essere combinate o utilizzate in sequenza, secondo una pianificazione esplicita. Il trattamento farmacologico non dovrebbe ritardare ingiustificatamente un intervento potenzialmente risolutivo in un paziente operabile. Anche una precedente dichiarazione di inoperabilità può meritare rivalutazione se cambiano competenze, tecnologie o condizioni cliniche.

La discussione con il paziente include obiettivi realistici: recupero emodinamico, miglioramento dei sintomi, riduzione del rischio e possibilità di malattia residua. Le preferenze informate devono basarsi sul confronto fra rischi della procedura e rischi della progressione, senza presentare l’angioplastica come semplicemente equivalente a un intervento meno invasivo. In alcune persone la priorità sarà una correzione anatomica ampia; in altre, un percorso frazionato o prevalentemente medico. La decisione viene aggiornata con la risposta e non considerata definitiva per l’intera storia naturale.

Anticoagulazione e trattamento farmacologico

Nella CTEPH è raccomandata un’anticoagulazione terapeutica a lungo termine, generalmente permanente, anche dopo endarteriectomia o angioplastica efficaci. Lo scopo è prevenire nuove trombosi ed embolizzazioni, non sciogliere il tessuto fibroso già organizzato. La scelta del farmaco considera rischio emorragico, funzione renale, interazioni e condizioni specifiche. Gli antagonisti della vitamina K rappresentano la strategia con la maggiore esperienza storica e sono preferiti nella sindrome antifosfolipidi; l’impiego degli anticoagulanti diretti richiede valutazione individuale, poiché registri favorevoli non equivalgono a una prova definitiva di equivalenza in tutti i sottogruppi.

Diuretici, ossigeno quando indicato e gestione delle comorbilità sostengono la funzione cardiopolmonare. La decongestione deve ridurre edema e pressioni venose senza determinare ipovolemia o insufficienza renale. Il fabbisogno di ossigeno va documentato e rivalutato dopo trattamento. Attività fisica adattata e riabilitazione possono aiutare una volta stabilizzato il quadro, mentre l’esercizio intenso non controllato è inappropriato in presenza di sincope o insufficienza destra avanzata. Queste misure migliorano il contesto clinico, senza sostituire la correzione dell’ostruzione quando possibile.

Riociguat stimola la guanilato ciclasi solubile e agisce sulla via dell’ossido nitrico, riducendo il tono vascolare polmonare. Il trial CHEST-1 ne ha dimostrato il beneficio su capacità di esercizio e resistenze in pazienti con CTEPH inoperabile o persistente/recidiva dopo chirurgia. Il farmaco non rimuove le membrane fibrose e non rappresenta un’alternativa automatica all’endarteriectomia in un paziente operabile. La prescrizione richiede titolazione secondo pressione, tollerabilità e scheda tecnica, con particolare attenzione a ipotensione, interazioni e condizioni nelle quali il trattamento è controindicato.

L’associazione di riociguat con nitrati o inibitori della fosfodiesterasi 5 è controindicata per il rischio di ipotensione; anche la gravidanza rappresenta una controindicazione. Eventuali passaggi tra farmaci devono rispettare gli intervalli e le modalità previste, senza sovrapposizioni empiriche. Emottisi o sanguinamento respiratorio importante richiedono una rivalutazione del bilancio terapeutico. La gestione è specialistica anche perché una risposta incompleta può indicare la necessità di un trattamento meccanico aggiuntivo, anziché il semplice incremento indefinito della terapia vasodilatatrice.

Il treprostinil sottocutaneo ha dimostrato beneficio funzionale nello studio CTREPH, che confrontava regimi di diversa intensità in pazienti con malattia severa non operabile o persistente dopo intervento. Nell’Unione europea una formulazione dispone di indicazione per specifici pazienti con CTEPH e classe funzionale avanzata. Dolore nel sito di infusione, effetti sistemici e complessità della somministrazione richiedono esperienza. L’efficacia di farmaci approvati per l’ipertensione arteriosa polmonare non può essere trasferita come effetto di classe alla CTEPH: evidenze e autorizzazioni vanno considerate molecola per molecola.

Una strategia farmacologica prima dell’angioplastica può ridurre il carico emodinamico nei pazienti appropriati e contribuire alla sicurezza del percorso. Le evidenze dei confronti randomizzati e delle fasi successive di trattamento sostengono una scelta coordinata, ma non impongono la stessa sequenza a tutti. Nell’operabile, una terapia di attesa prolungata non deve diventare un ostacolo all’intervento. La risposta viene misurata attraverso sintomi, funzione destra, capacità di esercizio e, quando indicato, emodinamica, evitando di considerare sufficiente la sola riduzione di un biomarcatore.

Endarteriectomia polmonare

L’endarteriectomia polmonare rimuove il materiale fibroso organizzato insieme al piano intimale appropriato, ripristinando il lume dei rami raggiungibili. È diversa dall’embolectomia dell’evento acuto, nella quale il materiale è recente e non incorporato nello stesso modo nella parete. La procedura richiede circolazione extracorporea e tecniche specialistiche per ottenere una visione adeguata del campo vascolare, generalmente con periodi di arresto circolatorio in ipotermia. La dissezione deve seguire un piano corretto e proseguire bilateralmente nei rami interessati.

Nei pazienti con anatomia accessibile e bilancio favorevole, la chirurgia rappresenta il trattamento di scelta e può produrre un’importante riduzione delle resistenze, recupero della funzione destra e miglioramento della sopravvivenza. Il termine potenzialmente risolutivo riguarda la componente ostruttiva rimossa, senza garantire guarigione completa in ogni caso. Microvasculopatia, lesioni distali residue e comorbilità possono limitare il risultato. La valutazione preoperatoria deve quindi spiegare sia la possibilità di beneficio ampio sia l’eventualità di ulteriori terapie.

L’esperienza del centro influenza selezione, radicalità e sicurezza. Lesioni considerate troppo distali in un contesto possono essere affrontabili in un centro con competenza specifica. Il rischio non dipende soltanto dal valore delle resistenze: contano distribuzione, portata, funzione destra e condizioni generali. Nei casi dubbi una seconda valutazione esperta può essere utile prima di stabilire l’inoperabilità definitiva. Il tempo impiegato per questa revisione deve tuttavia essere compatibile con la stabilità del paziente e con la necessità di trattamento.

Il periodo postoperatorio richiede sorveglianza di ossigenazione ed emodinamica, controllo del sanguinamento e gestione dei fluidi. Il ventricolo destro può mostrare un recupero rapido dopo la riduzione del carico, ma il rimodellamento prosegue nel tempo. Il danno polmonare da riperfusione e l’ipertensione residua possono richiedere supporto intensivo; nelle forme severe può essere necessario supporto extracorporeo. L’interpretazione del peggioramento deve distinguere problemi della perfusione, edema, infezione, emorragia e disfunzione cardiaca.

L’ipertensione polmonare residua non significa necessariamente fallimento completo dell’intervento. Può riflettere lesioni non accessibili, microvasculopatia o rimozione incompleta; la causa viene definita con rivalutazione anatomica ed emodinamica. Una recidiva dopo precedente normalizzazione richiede anche verifica di nuove trombosi e della continuità anticoagulante. Riociguat e angioplastica possono essere appropriati in casi selezionati. La chirurgia va quindi inserita in un percorso di lungo periodo, anche quando il miglioramento iniziale è marcato.

La possibilità di intervento nella CTEPD senza ipertensione a riposo richiede un ragionamento distinto. Le serie chirurgiche hanno mostrato miglioramenti sintomatici in pazienti selezionati, ma alcune utilizzavano la vecchia soglia di 25 mmHg e includevano persone che oggi avrebbero una diversa classificazione. Non è corretto utilizzare quei risultati per proporre un intervento a ogni paziente con residui. L’attribuzione dei sintomi, la documentazione funzionale e il rischio operatorio assumono un peso particolarmente elevato quando manca una minaccia emodinamica a riposo.

Angioplastica polmonare con pallone e trattamento combinato

L’angioplastica polmonare con pallone, o BPA, dilata stenosi e lesioni ostruttive di rami segmentari o subsegmentari selezionati. È utilizzata soprattutto nella CTEPH tecnicamente inoperabile o con ostruzioni residue dopo chirurgia, all’interno di una valutazione multidisciplinare. Il trattamento viene generalmente distribuito in più sedute per limitare il rischio di danno polmonare e di sovraccarico procedurale. Non consiste nell’aspirazione di un trombo recente e non è intercambiabile con la trombectomia impiegata nell’embolia acuta.

La pianificazione considera morfologia delle lesioni, calibro del vaso, tortuosità, distribuzione della perfusione e gravità emodinamica. Membrane e stenosi anulari possono essere più agevoli di occlusioni complesse; la scelta dei primi territori e delle dimensioni del pallone viene adattata al rischio. Le tecniche evolute privilegiano progressività e controllo della lesione, evitando dilatazioni aggressive. L’obiettivo non è trattare il maggior numero possibile di rami in una singola seduta, ma ottenere un recupero cumulativo con un rischio accettabile.

Nel trial RACE, BPA e riociguat sono stati confrontati in pazienti con CTEPH inoperabile: l’angioplastica ha prodotto una maggiore riduzione delle resistenze al punto di valutazione iniziale, ma con più eventi avversi seri correlati al trattamento, soprattutto danno polmonare. La fase successiva ha fornito elementi a favore dell’integrazione delle strategie. Il risultato non dimostra una superiorità universale dell’angioplastica su ogni esito, né rende irrilevante il rischio procedurale nei pazienti con emodinamica severamente compromessa.

Il trial giapponese MR BPA ha a sua volta mostrato un miglioramento emodinamico più ampio con BPA rispetto a riociguat nella popolazione studiata. I due trial rafforzano il ruolo della procedura, ma sono stati condotti in centri esperti e con criteri di selezione precisi. Pressioni e resistenze sono esiti importanti, senza equivalere automaticamente a una dimostrazione di riduzione della mortalità in un confronto randomizzato. L’applicazione clinica deve considerare esperienza, numero di sedute e integrazione con il trattamento medico.

Le principali complicanze comprendono lesione vascolare, perforazione, emottisi, danno polmonare, ipossiemia e problemi legati al contrasto o agli accessi. Parte del danno attribuito genericamente alla riperfusione può derivare da trauma del vaso durante la procedura. Il riconoscimento precoce consente misure emostatiche, supporto respiratorio e modifica del programma. Il consenso ESC sulla BPA insiste su standardizzazione, formazione e gestione delle complicanze, perché l’efficacia dipende anche dalla capacità di affrontare un evento avverso nello stesso contesto assistenziale.

Dopo il ciclo di trattamento si rivalutano beneficio residuo e obiettivi: sintomi, funzione destra, perfusione ed emodinamica possono migliorare in tempi diversi. Alcuni pazienti necessitano di ulteriori sedute o prosecuzione dei farmaci; altri possono raggiungere una condizione stabilmente favorevole. Una riduzione della terapia specifica non deve essere autonoma e non comprende automaticamente l’interruzione dell’anticoagulazione. Il successo di una procedura modifica il piano successivo, ma non elimina la predisposizione trombotica e il bisogno di controllo specialistico.

Malattia sintomatica senza ipertensione polmonare a riposo

Nella CTEPD senza ipertensione a riposo esistono ostruzioni organizzate e sintomi plausibilmente collegati, pur senza soddisfare i criteri emodinamici della CTEPH. La denominazione storica CTED è stata usata con definizioni differenti e non può essere interpretata senza conoscere le soglie adottate. Una pressione media inferiore a 25 mmHg negli studi più vecchi non garantisce assenza di ipertensione secondo la definizione attuale. Questa distinzione è fondamentale quando si valutano benefici e rischi di interventi descritti nella letteratura precedente.

Il meccanismo dei sintomi può comprendere inefficienza ventilatoria, ridotta riserva vascolare e risposta pressoria anomala durante esercizio. L’emodinamica a riposo non misura tutte le richieste della vita quotidiana, ma nemmeno dimostra che ogni sintomo dipenda dal circolo polmonare. Test cardiopolmonare, eventuale valutazione invasiva da sforzo e ricerca di cause alternative aiutano a stabilire il nesso. La presenza di obesità, anemia, pneumopatia o disfunzione diastolica può richiedere un trattamento specifico prima di attribuire alle lesioni residue la maggior parte della limitazione.

L’anticoagulazione prolungata viene individualizzata secondo rischio di recidiva e sanguinamento, poiché non dispone della stessa indicazione universale formulata per la CTEPH. Un evento senza fattori reversibili, precedenti recidive o una predisposizione persistente possono sostenere la prosecuzione; un residuo radiologico isolato non decide da solo la durata. La scelta non può basarsi semplicemente sull’assenza di ipertensione, perché il rischio di una nuova embolia riguarda la malattia trombotica di fondo. La discussione deve chiarire quale rischio si intende prevenire.

Endarteriectomia o BPA selettiva possono essere considerate quando sintomi significativi risultano attribuibili alle lesioni e il rapporto tra beneficio atteso e rischio è favorevole. Le prove sono meno robuste rispetto alla CTEPH e derivano in larga parte da serie selezionate; non è dimostrato che intervenire sistematicamente prevenga una progressione futura. Neppure i vasodilatatori approvati per CTEPH devono essere estesi automaticamente a questo gruppo. La decisione deve evitare di trasformare l’assenza di alternative immediate in una presunta prova di efficacia.

La storia naturale è variabile e non impone un’evoluzione inevitabile verso CTEPH. Il follow-up sorveglia sintomi, attività tollerata e segni di coinvolgimento destro, ripetendo gli esami quando cambia il quadro. Un programma di esercizio e gestione delle comorbilità può migliorare la funzione in pazienti appropriati. Se compaiono peggioramento, sincope o riduzione della capacità prima conservata, è necessaria una nuova valutazione specialistica. La categoria descrive una condizione attuale, non una garanzia di stabilità permanente né una previsione certa di deterioramento.

Prognosi, rivalutazione e continuità del follow-up

La prognosi dipende da funzione ventricolare destra, gravità emodinamica, capacità di esercizio, comorbilità e possibilità di trattamento dell’ostruzione. Una malattia non trattata può progredire verso insufficienza cardiaca destra; le strategie contemporanee hanno modificato sostanzialmente questo decorso. I dati storici precedenti all’endarteriectomia diffusa e alla BPA non descrivono adeguatamente le possibilità attuali. Allo stesso tempo, risultati di centri selezionati non garantiscono un esito identico in ogni contesto, soprattutto quando la diagnosi è tardiva.

Il registro internazionale pubblicato nel 2024 ha riportato sopravvivenze a tre anni del 94% dopo endarteriectomia, del 92% dopo BPA e del 71% nei pazienti senza intervento meccanico. Questi valori descrivono gruppi trattati in modo diverso, non un confronto randomizzato: età, operabilità, comorbilità e selezione influenzano l’esito. Il dato sostiene il valore di un percorso capace di offrire tutte le modalità appropriate, senza consentire di dichiarare equivalenza causale fra chirurgia e BPA o di attribuire l’intera differenza alla procedura.

Dopo intervento o trattamento percutaneo, la rivalutazione specialistica comprende emodinamica e recupero funzionale, generalmente con un controllo completo nei mesi successivi secondo il protocollo del centro. L’ecocardiografia mostra il rimodellamento destro, mentre test di esercizio e biomarcatori descrivono aspetti complementari. Il cateterismo è importante quando occorre definire ipertensione residua e decisioni terapeutiche. L’assenza di sintomi importanti non esclude sempre anomalie emodinamiche residue, così come una pressione ancora lievemente elevata non descrive da sola l’intero beneficio ottenuto.

Nel tempo vengono verificati aderenza anticoagulante, sanguinamenti, funzione renale ed epatica, tollerabilità dei farmaci e necessità di ossigeno o diuretici. Una nuova dispnea può dipendere da recidiva, peggioramento microvascolare, patologia sinistra o malattia respiratoria; la precedente CTEPH non rende unica ogni successiva diagnosi. Il confronto con gli esami dopo trattamento è particolarmente utile per distinguere persistenza e nuovo deterioramento. La continuità fra centro esperto, curanti e servizi territoriali riduce il rischio di sospensioni improprie o ritardi nel riconoscimento delle complicanze.

La riabilitazione può favorire il recupero della forza, dell’autonomia e della tolleranza allo sforzo dopo stabilizzazione emodinamica. Il programma viene adattato a sintomi e capacità, con particolare prudenza nei pazienti con sincope o insufficienza destra. Anche l’impatto psicologico di dispnea cronica, procedure ripetute e incertezza terapeutica richiede attenzione. Il miglioramento clinicamente rilevante comprende la possibilità di riprendere attività quotidiane, non soltanto la normalizzazione di un valore emodinamico.

Complicanze della malattia e dei trattamenti

L’insufficienza destra avanzata determina congestione sistemica, ridotta perfusione, danno renale ed epatico e maggiore vulnerabilità a infezioni o aritmie. Tachiaritmie atriali possono essere particolarmente mal tollerate quando la portata dipende da un riempimento già compromesso. Sincope, ipotensione, peggioramento rapido e riduzione della diuresi richiedono valutazione urgente. Nei casi refrattari, supporti intensivi e, in pazienti selezionati, valutazione trapiantologica possono diventare necessari, dopo aver rivalutato tutte le possibilità di trattamento meccanico e medico.

L’emottisi può essere favorita dalla circolazione bronchiale ipertrofica e complicata dall’anticoagulazione. Un sanguinamento significativo impone stabilizzazione, localizzazione della fonte e controllo specialistico, talvolta mediante embolizzazione dei rami responsabili. La sospensione dell’anticoagulante può essere necessaria nell’urgenza, ma deve essere accompagnata da un piano di ripresa perché il rischio trombotico persiste. Anche anemia progressiva o sanguinamenti meno appariscenti meritano ricerca della causa e revisione del trattamento.

La recidiva tromboembolica può aggiungere nuova ostruzione a un circolo già compromesso. La diagnosi richiede confronto con immagini precedenti e verifica della terapia, poiché difetti cronici non devono essere scambiati per nuovi eventi. La ricostruzione comprende dose, aderenza, interazioni, funzione d’organo e condizioni procoagulanti. Un aumento empirico dell’anticoagulazione basato sulla sola persistenza di anomalie radiologiche espone a sanguinamento senza risolvere le stenosi fibrose.

Dopo endarteriectomia possono comparire danno da riperfusione, emorragia, ipertensione residua, insufficienza destra e complicanze neurologiche o infettive; dopo BPA prevalgono i rischi di lesione del vaso, emottisi e danno polmonare. La distinzione tra meccanismi è importante perché il trattamento non è identico. Alcune complicanze richiedono supporto extracorporeo temporaneo in centri attrezzati. La prevenzione dipende da selezione, tecnica e sorveglianza, oltre che dall’esperienza nel riconoscere precocemente un decorso inatteso.

Le complicanze farmacologiche comprendono emorragia da anticoagulanti, ipotensione da vasodilatatori, effetti da infusione e interazioni. Un beneficio emodinamico non rende irrilevante la tollerabilità e una sospensione non pianificata può a sua volta destabilizzare il paziente. La gestione deve conservare una visione complessiva: ostruzione residua, piccoli vasi, funzione destra, recidiva e sicurezza della terapia concorrono insieme all’esito. Il controllo nel lungo periodo permette di adattare le strategie a una malattia che può cambiare anche dopo una fase inizialmente favorevole.

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